Nella sala d’attesa della locale caserma dei carabinieri, i fratelli Andrea e Marco Ghidini sedevano su un divanetto in cuoio ecologico che si appiccicava a ogni lembo di pelle scoperto. Attraverso il vetro antiproiettile, un appuntato li sorvegliava con moderata convinzione. La porta blindata e la calura estiva rendevano l’aria irrespirabile, mentre sbuffi di polvere mulinavano nell’unico raggio di sole che tagliava di sbieco la stanza.
Marco si alzò e scrollò i pantaloni di fresco di lana, un tempo perfettamente stirati, nel tentativo di staccarseli dalle gambe.
«Guarda qui!», disse Andrea. «Non è fantastica?». Dallo schermo dell‘I-phone ultimo modello una bionda gli sorrideva sorreggendosi due seni prosperosi e perfetti – o meglio, due impeccabili gingilli di silicone.
«Non riesci a pensare ad altro?», sbottò Marco.
«Dai, rilassati. Dovresti divertirti di più, fratellone», gli fece il compare buttando indietro i capelli rasta, che gli erano caduti davanti agli occhi.
«Sì, certo. Me lo farò spiegare da te, come ci si diverte», rispose l’altro più velenoso di quanto avrebbe voluto.
In quel pasticcio ci si erano infilati entrambi con l’entusiasmo di due ragazzini. Il dottor Martini, l’arcigno usuraio travestito da bancario, si meritava una bella lezione. D’accordo che avevano dovuto chiedere il suo aiuto per salvare quel che restava dell’azienda di famiglia, ma stavano onorando il loro debito: Martini non aveva alcun diritto di tenerli legati per il collo.
Marco si portò una mano alla gola e girò il capo a destra e a sinistra, come quando a quindici anni, seduto in punta di sedia al lato d’un letto di ospedale, aveva promesso a sua madre che si sarebbe preso cura del fratello. Non era stato in grado di mantenere quell’impegno e il senso di colpa lo strozzava più del dottor Martini. Non era un cattivo ragazzo, suo fratello, ma da quando la madre se n’era andata aveva un abbonamento Premium alle cazzate che non scadeva mai.
Ha paura il fratellone, pensò Andrea guardando Marco di traverso. Guarda che faccia ha! Mi fa quasi pena. Oh, mai uno sgarro! Non dico una canna o una striscia di coca; mai nemmeno una ciucca! Noia e grigiore, ecco cos’è la sua vita.
«Oh, ma stai bene?», gli aveva chiesto quando Marco gli aveva proposto di dare una lezione a quel Martini. Una volta appurato che suo fratello faceva sul serio, aveva concluso: «Al proiettile ci penso io. Capirai, a Brescia…».
Sulla composizione della missiva che doveva accompagnare il regalino avevano dibattuto a lungo. Ad Andrea era tornata alla mente l’ora di analisi grammaticale. La maestra Licia, con quella sua voce stridula, dettava Ci, particella pronominale; a noi, e lui, con la lingua fra i denti, tracciava solchi profondi sul quaderno con la sua calligrafia spigolosa e disordinata. Era felice, allora. Sua madre era ancora viva e suo padre non aveva ancora deciso di andarsene a Parigi a fare il pittore bohémien. Da allora non ne aveva combinata una giusta. Ma era giunto il momento di rimediare.
Il maresciallo aprì la porta e fece loro cenno di accomodarsi sulle sedie di fronte alla sua scrivania. Senza dire una parola, aprì una cartelletta. Estrasse un comune foglio di bloc-notes e lo fece scivolare fino all’estremità opposta del tavolo.
Marco deglutì. Se avesse detto che era colpa di Andrea, il maresciallo l’avrebbe congedato con mille scuse. Esitò. Prese fiato.
«Hai rotto il cazzo!», mormorò assorto Andrea, leggendo il biglietto. «Per me era meglio C’hai!», sentenziò, rivolto a suo fratello.
«Come, prego?», si irrigidì il maresciallo.
«Hai rotto è generico. C’hai, invece, vuol dire ci hai. Ci, particella pronominale; a noi! A me e a lui!», concluse spostando la mano da sé a suo fratello.





















