La classe operaia va in paradiso

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Parliamoci chiaro: La classe operaia va in paradiso non è un film che si guarda per distrarsi. Perché è un film che ti prende per il bavero, e non ti molla più. Ti trascina dentro il rumore metallico della fabbrica, dentro il ritmo ossessivo della catena di montaggio, dentro la testa – che lentamente si incrina – di un uomo qualunque.

Quell’uomo è Ludovico Massa, detto Lulù, e ha il volto nervoso, febbrile, quasi consumato di Gian Maria Volonté, che qui raggiunge una vetta interpretativa difficilmente eguagliabile. Qui non si limita a recitare una parte: vibra, scatta, si spezza, perfetto ingranaggio umano che, a furia di funzionare troppo bene, finisce per rompersi.
La regia di Elio Petri è altrettanto implacabile. Non c’è compiacimento, né estetica consolatoria: tutto è sporco, rumoroso, alienante. La fabbrica non è solo un luogo, è un organismo che divora. E Petri la filma come una macchina infernale, un labirinto di ferro e fatica in cui il tempo, invece di scorrere, si ripete all’infinito.

E poi c’è l’epica. Sì, perché questo film ha qualcosa di epico – ma è un’epica rovesciata, tragica, senza eroi. L’epica della classe operaia che lotta, sciopera, si organizza – e insieme l’epica della sua sconfitta quotidiana, della frammentazione, delle illusioni che si sgretolano. Non c’è retorica, solo contraddizione: esseri umani che cercano di capire da che parte stare mentre il mondo li macina, inesorabile.
Alienazione, lavoro come violenza, coscienza politica, identità, follia sono i temi più evidenti; ma c’è anche qualcosa di più sottile: la difficoltà di uscire dal proprio ruolo, di smettere di essere ciò che il sistema ha deciso per te. Lulu è insieme vittima e complice, ribelle e conformista, lucido e delirante.

Quando uscì, nel 1971, il film fu una scossa. Vinse la Palma d’Oro a Cannes (ex aequo), ma soprattutto entrò nel dibattito politico e sociale come un corpo vivo, scomodo. Non era un film “sugli” operai, ma un film “dentro” il loro mondo, e proprio per questo fece scalpore, suscitò discussioni, anche divisioni.
E oggi? Fa quasi più male. Perché quella catena di montaggio, in fondo, non è mai scomparsa: ha solo cambiato forma. È diventata più invisibile, più diffusa, ma continua a scandire vite, a consumare energie, a promettere paradisi che non arrivano mai.

C’è un momento, uno dei più famosi, in cui Lulu, ormai incrinato, quasi fuori asse, dice, sostanzialmente, che il padrone è ormai dentro di noi, perché noi lavoriamo come pazzi, corriamo, corriamo e non sappiamo nemmeno perché. E forse è tutto lì, in quella corsa senza meta, in quel cortocircuito tra desiderio e costrizione[1].
La classe operaia va in paradiso non è un film che dà risposte, ma lascia addosso una domanda, scomoda e persistente, come una polvere che non va più via. Una domanda che non ha forma stabile: cambia mentre viene postulata, mentre scorrono i titoli di coda, mentre torni a casa e magari ti siedi senza accorgertene nello stesso schema di sempre.
Ma se proprio dobbiamo afferrarla, è qualcosa del genere: sto vivendo… o sto solo funzionando? Perché il punto non è solo lo sfruttamento, la fabbrica, il padrone là fuori. Il film suggerisce, con una crudeltà quasi intima, che il meccanismo ci si è infilato dentro. Che la catena di montaggio continua anche quando esci, anche quando pensi di essere libero. Che hai imparato a correre da solo. E allora la domanda diventa ancora più inquietante, quasi un sussurro che non ti lascia dormire: se smetto di correre… chi sono?


[1] Noi entriamo qui dentro di giorno, quando è buio, e usciamo di sera quand’è buio. Ma che vita è la nostra? Questo pro forma. Allora io dico: già che ci siamo, perché non lo raddoppiamo questo cottimo? Eh? Così lavoriamo anche la domenica, magari veniamo qui dentro anche di notte, anzi, magari portiamo dentro anche i bambini, le donne… I bambini li sbattiamo sotto a lavorare, le donne ci sbattono a noi un panino in bocca e noi via, che andiamo avanti senza staccare… avanti, avanti, avanti! Avanti, per queste quattro lire vigliacche, fino alla morte! […] Io facevo il cottimista… seguivo la politica dei sindacati… lavoravo per la produttività… incrementavo, io, incrementavo… e adesso cosa sono diventato? Guarda, sono diventato una bestia, una bestia, guarda, sono diventato… […] Lo studente dice che noi siamo come le macchine, capito? Che io sono una macchina. Io sono una puleggia. Io sono un bullone. Io sono una vite. Io sono una cinta di trasmissione. Io sono… una pompa! Ma desso la pompa l’è rota. La va pü! E non c’è più verso di aggiustarla, la pompa.
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Heiko H. Caimi, classe 1968, è scrittore, sceneggiatore, poeta e docente di scrittura narrativa. Ha collaborato come autore con gli editori Mondadori, Tranchida, abrigliasciolta e altri. Ha insegnato presso la libreria Egea dell’Università Bocconi di Milano e diverse altre scuole, biblioteche e associazioni in Italia e in Svizzera. Dal 2013 è direttore editoriale della rivista di letterature Inkroci. È tra i fondatori e gli organizzatori della rassegna letteraria itinerante Libri in Movimento. Ha collaborato con il notiziario “InPrimis” con la rubrica “Pagine in un minuto” e con il blog della scrittrice Barbara Garlaschelli “Sdiario”. Ha pubblicato il romanzo “I predestinati” (Prospero, 2019) e ha curato le antologie di racconti “Oltre il confine. Storie di migrazione” (Prospero, 2019), “Anch'io. Storie di donne al limite” (Prospero, 2021), “Ci sedemmo dalla parte del torto” (con Viviana E. Gabrini, Prospero, 2022), “Niente per cui uccidere” (con Viviana E. Gabrini, Calibano, 2024) e “Trasformazioni. Storie dal pianeta che cambia” (con Giovanni Peli, Calibano, 2025). Svariati suoi racconti sono presenti in antologie, riviste e nel web.

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