C’è un momento preciso in cui una democrazia smette di rassicurare. Non accade con un colpo di Stato, né con un editto urlato: accade quando un foglio intestato, scritto in un linguaggio educato e amministrativo, passa inosservato. Quando una richiesta apparentemente tecnica si deposita sulla scrivania di una scuola e nessuno alza la mano per chiedere: perché?
La richiesta – diramata a livello nazionale dal Ministero dell’Istruzione e del Merito e trasmessa alle scuole tramite gli Uffici scolastici regionali – di “rilevare” il numero di alunni e studenti palestinesi per l’anno scolastico 2025/26 è uno di quei momenti. Non perché contenga ordini espliciti, non perché minacci sanzioni, né perché discrimini apertamente, ma perché inaugura – o normalizza – un gesto che la Storia europea conosce fin troppo bene: contare persone sulla base della loro appartenenza etnico-nazionale in un contesto politicamente incendiato.
Chi prova a minimizzare dirà che si tratta solo di numeri. Solo statistiche. Solo un censimento.
È sempre così che comincia: le leggi razziali non nascono con i divieti, nascono con le tabelle. Nascono con le rilevazioni “per capire”. Nascono con le liste “a fini organizzativi”.
Nel 1938 non si parlava di persecuzione, ma di “ricognizione della popolazione scolastica”. Anche allora nessuno parlava apertamente di espulsioni. Si parlava di ordine, di chiarezza, di necessità amministrativa.
Qui non siamo ancora lì, ma siamo esattamente sullo stesso pendio.
La scuola pubblica, per sua natura e per mandato costituzionale, non dovrebbe mai distinguere gli studenti sulla base di un’identità politica, etnica o nazionale sensibile, se non per garantire diritti, inclusione, supporto. L’articolo 3 della Costituzione parla chiaro: tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge, senza distinzione di razza, lingua, religione, opinioni politiche. E l’articolo 34 affida alla scuola una funzione emancipativa, non classificatoria. La scuola serve a rimuovere gli ostacoli, non a catalogare le differenze.
Invece accade qualcosa di diverso: non si chiede quanti studenti stranieri, non quanti studenti non italofoni, non quanti studenti in difficoltà. Si chiede una cosa sola: quanti palestinesi. E lo si chiede in tutta Italia.
Perché proprio i palestinesi? A quale scopo? Per tutelarli? Per supportarli? Per proteggerli da discriminazioni? Macché: nulla di tutto questo è chiarito. Il fine non è spiegato. La necessità non è motivata. E questo non è un dettaglio. Perché, anche sul piano giuridico, la raccolta di dati su base etnica o nazionale è materia estremamente sensibile.
Il Regolamento europeo sulla protezione dei dati personali (GDPR) è esplicito: i dati che rivelano origine razziale o etnica rientrano tra le categorie particolari di dati e il loro trattamento è vietato, salvo eccezioni rigorose. Eccezioni che richiedono una base giuridica chiara, una finalità determinata, proporzionata e dichiarata, e garanzie rafforzate. Non basta dire “sono solo numeri”. Non basta dire “è anonimo”. La domanda da porsi è: perché questi dati e non altri? E perché proprio ora?
Il contesto, infatti, è tutt’altro che neutro. Viviamo in un tempo in cui “Palestina” non è una semplice indicazione geografica, ma una parola caricata di sospetto, colpa collettiva, ambiguità morale. Un’etichetta che, nel dibattito pubblico, viene sempre più spesso trattata come problema, non come identità. Un marchio politico, prima ancora che umano.
E allora la questione non è solo se questa rilevazione sia formalmente legittima. La questione è che precedente crea. Che cosa succede quando lo Stato ricomincia a chiedere alle sue istituzioni educative di segmentare gli studenti per origine, senza spiegare perché? Che cosa succede quando la neutralità della scuola viene incrinata da una classificazione che non è didattica, ma politica?
Il vero pericolo non è l’intenzione dichiarata, che resta (volutamente) opaca, ma l’effetto culturale. L’idea che sia legittimo, normale, persino doveroso, schedare simbolicamente una parte della popolazione scolastica su base etnica, in quanto appartenente a un gruppo percepito come “sensibile”.
Oggi i palestinesi. Domani chi altro?
Chi risponde che “è solo un modulo” dimentica che la Storia non procede per strappi improvvisi, ma per consuetudini. Ogni precedente abbassa l’asticella. Ogni silenzio istituzionale rende il passo successivo più facile. Non servono proclami razzisti quando basta una richiesta “tecnica” per incrinare un principio fondamentale: quello per cui, a scuola, gli studenti non sono mai portatori di colpe collettive, identità sospette o appartenenze da monitorare.
La cosa più inquietante non è il modulo in sé. È il fatto che possa essere compilato senza scandalo. Che passi come routine. Che venga accettato come normale amministrazione su scala nazionale.
È così che la democrazia smette di difendersi: non quando viene attaccata frontalmente, ma quando smette di riconoscere i segnali.
Non siamo tornati alle leggi razziali? Eppure stiamo rispolverando, con inquietante disinvoltura, il loro lessico preliminare: censire, distinguere, separare “per fini organizzativi”.
La Storia ci insegna che, quando lo Stato ricomincia a contare le persone per ciò che sono, non è mai per fermarsi lì.





















