In piena prima guerra mondiale alcune donne medico, escluse dalle sale operatorie, fondano in Francia un ospedale interamente gestito da loro. Tra feriti e mutilati che arrivano senza speranza, costruiscono un luogo di cura e rinascita. Le loro storie si intrecciano con quelle dei soldati, in un percorso di emancipazione e riscatto che sfida i limiti imposti dalla società e dalla Storia.
Al centro della vicenda c’è una donna chirurgo di origini italiane, Caterina detta Cate, segnata da una doppia esclusione: quella professionale, che le nega pieno riconoscimento, e quella privata, dopo essere stata abbandonata dall’uomo che avrebbe dovuto sposarla. Con una figlia a carico, la sua scelta di dedicarsi alla medicina non è solo vocazione, ma necessità: una forma di resistenza quotidiana che passa attraverso il lavoro, la competenza, la disciplina. Parallelamente a lei si muove un ufficiale dell’esercito inglese, Alexander, figura inizialmente legata a un mondo maschile fatto di gerarchie e certezze, che la guerra incrina profondamente. Il loro incontro non è immediato né semplice: è uno spazio di confronto tra due fragilità diverse, tra due modi di affrontare la perdita e la trasformazione.
C’è un piccolo inganno, gentile ma persistente, nel titolo del romanzo di Ilaria Tuti: promette ago e filo, gesti pazienti e una trama minuta che si costruisce punto dopo punto; e in effetti il ricamo c’è (simbolico, evocato, persino suggestivo nella sua declinazione maschile) ma resta sullo sfondo, quasi una cornice che il marketing ha deciso di illuminare più del necessario. La stessa quarta di copertina, con la citazione di Raffaella Silipo[1], insiste su questa dimensione visiva e artigianale, come se la scrittura della Tuti fosse prima di tutto un ornamento e il centro della trama fosse il ricamo.
Non è così. Il cuore del romanzo batte altrove, in un territorio più ruvido e meno decorativo: quello dell’emancipazione femminile in un contesto storico preciso, duro, attraversato dalla guerra e dalle sue conseguenze[2]. Il gesto decisivo non è quello del ricamo, ma quello chirurgico, concreto, necessario, troppo spesso negato, perché non sia mai che si possano affidare le proprie mutilazioni a una donna. Le protagoniste non cuciono, operano, ricostruiscono corpi e destini in un mondo che le vorrebbe ancora relegate ai margini, mentre loro aprono spazi, inventano possibilità, forzano soglie che sembravano invalicabili.
Rispetto a Fior di roccia[3], questa lettura richiede un avvio più paziente: ci mette qualche pagina in più a trovare il proprio ritmo, e talvolta indulge in una retorica che affiora nei momenti più esplicitamente programmatici. Ma è anche vero che, una volta entrati nel suo respiro, emerge con chiarezza l’ambizione dell’autrice: riportare alla ribalta storie dimenticate, dare corpo a figure che la Storia ha relegato nelle pieghe del tempo, restituire voce a un’epica tanto silenziosa quanto necessaria.
Quella delle prime donne chirurgo, costrette a inventarsi un ospedale e un ruolo in un sistema che le escludeva, non è solo una vicenda esemplare, ma anche una lente attraverso cui osservare un passaggio più ampio, quello in cui le donne smettono di chiedere spazio e iniziano a prenderselo, unico modo per contrastare le prevaricazioni e il dileggio maschili. Accanto a loro, i soldati feriti, mutilati, spezzati, che entrano in quel mondo femminile senza aspettative e ne escono trasformati. Non è un semplice incontro tra cura e bisogno, ma uno scambio, una straordinaria ridefinizione reciproca.
Così, sotto il titolo che promette fili e trame, si apre un romanzo che parla di corpi, di mutilazioni, di limiti imposti e superati, di identità che si ricuciono con determinazione, competenza e una forma di coraggio che non ha proprio nulla di ornamentale.
[1] “La figura del ricamo si adatta perfettamente anche alla scrittura della Tuti, visivamente ricchissima, merito del suo sguardo ispirato da illustratrice, ma anche emotivamente solida”.
[2] Siamo nell’Inghilterra di inizio Novecento, un Paese ancora rigidamente strutturato, in cui l’accesso delle donne alle professioni mediche è ostacolato da barriere tanto istituzionali quanto culturali. Le università iniziano ad aprirsi, ma la pratica, soprattutto quella chirurgica, resta appannaggio esclusivamente maschile. In questo scenario si inserisce il movimento suffragista, che non è solo una battaglia per il voto, ma una più ampia rivendicazione di presenza e competenza nello spazio pubblico. Le donne che Tuti racconta vivono su una soglia: non più confinate al ruolo domestico ma neppure pienamente accettate nei luoghi del potere e del sapere. La guerra, con il suo carico di corpi da curare e urgenze da affrontare, crea una crepa nel sistema: ciò che era impensabile diventa necessario. Ed è in questa crepa che nasce l’emancipazione raccontata nel romanzo. Non una conquista lineare o dichiarata, ma una pratica quotidiana: donne che operano, organizzano, decidono, dimostrando sul campo il proprio valore. E proprio per questo la loro azione ha una forza storica.
[3] Ne abbiamo parlato qui: https://www.inkroci.it/racconti-brevi/recensioni-film-recensioni-libri-recensioni-musica-recensioni-fumetti-graphic-novel/attenti-al-libro-recensione-libri/ilaria-tuti-fiore-di-roccia-recensione-libro.html





















