Un gruppo di rispettabili borghesi – ambasciatori, professionisti, signore impeccabili – tenta più volte di sedersi a tavola per una cena. Non ci riesce mai. Ogni volta qualcosa interviene: un errore di data, un lutto imprevisto, un’irruzione militare, un sogno che s’incrina dentro un altro sogno. La realtà si piega, si sfalda, si riavvolge su se stessa e i personaggi continuano a camminare, letteralmente, lungo una strada che non porta da nessuna parte, intrappolati in un rituale senza sbocco. Questa è, se proprio si vuole chiamarla così, la “trama” di Il fascino discreto della borghesia di Luis Buñuel: una struttura narrativa che non si sviluppa ma si ripete, si interrompe, si nega. Ma per una serie di ottimi (e spassosi) motivi.
Girato nel 1972, il film si colloca in un momento storico in cui l’Europa occidentale sta metabolizzando le scosse del Sessantotto, mentre il capitalismo avanzato consolida i propri codici e le proprie maschere. La borghesia che Buñuel mette in scena non è più quella ottocentesca, tronfia e caricaturale: è una borghesia sofisticata, internazionale, capace di assorbire le critiche e di neutralizzarle. Non a caso, tra i protagonisti troviamo un ambasciatore latinoamericano implicato in traffici opachi, uomini d’affari, donne eleganti che padroneggiano ogni sfumatura del comportamento sociale. E tuttavia, sotto questa superficie levigata, il film lavora come un acido lento che non si preoccupa di denunciare esplicitamente, ma che gradatamente dissolve ciò su cui passa.
Luis Buñuel, che porta con sé l’eredità del surrealismo ma anche una lucidità politica mai didascalica, costruisce un dispositivo in cui la realtà borghese si rivela per quello che è: un insieme di rituali svuotati di senso. La cena, elemento centrale della convivialità e dell’ordine sociale, diventa il fulcro di un’impossibilità: non si mangia mai; o meglio, non si arriva mai al gesto che sancirebbe la comunità. Ogni tentativo è differito, sabotato, rinviato. È come se la borghesia fosse condannata a restare in una perenne anticamera del proprio stesso godimento.
Le scene più celebri del film funzionano come epifanie di questa condizione. Il gruppo che si siede a tavola e scopre di essere su un palcoscenico, osservato da una platea silenziosa: l’intimità borghese esposta come spettacolo, la vita sociale ridotta a rappresentazione. Oppure le sequenze oniriche che s’incastrano l’una nell’altra, senza che sia più possibile distinguere il livello “reale”: la coscienza borghese come un labirinto di autoinganni, in cui anche l’inconscio sembra addomesticato, incapace di produrre una vera rottura. E ancora, quella camminata ricorrente lungo una strada deserta, senza origine né destinazione: un’immagine quasi beckettiana, che trasforma i personaggi in figure sospese, prive di storia e di futuro.
C’è poi il cast, e non è un dettaglio ornamentale, ma una scelta profondamente coerente con il progetto del film. Buñuel convoca un gruppo di interpreti che rappresentano, in un certo senso, una vera e propria aristocrazia attoriale europea dell’epoca: Fernando Rey, Delphine Seyrig, Stéphane Audran, Michel Piccoli, Jean-Pierre Cassel, Paul Frankeur tra gli altri. Non sono soltanto volti noti: sono presenze che portano con sé un’aura, un capitale simbolico, una storia di ruoli spesso legati a personaggi sofisticati, ambigui, socialmente collocati in alto.
La loro recitazione è misurata, trattenuta, quasi ipnotica. Non c’è mai un eccesso, una crepa emotiva che sfugga al controllo. Ed è proprio questo il punto: questi attori, capacissimi, sembrano contenersi, aderire a una forma che li imprigiona. La loro bravura non esplode, ma si comprime dentro i codici del comportamento borghese. È come se Buñuel avesse scelto il meglio per dimostrare quanto anche il meglio possa diventare meccanismo, superficie, ripetizione.
In questo senso, il casting funziona come un ulteriore livello di discorso: non solo i personaggi sono borghesi, lo sono anche i loro interpreti, nel senso culturale e simbolico del termine. E vedere questi volti autorevoli, riconoscibili, muoversi in situazioni sempre più assurde senza mai perdere la loro compostezza, il loro aplomb, amplifica l’effetto straniante. L’assurdo non rompe la forma, la abita con la complicità degli interpreti.
Vale la pena soffermarsi anche sulla locandina, spesso liquidata come mero elemento promozionale, ma qui perfettamente in linea con l’immaginario del film. Qui il perturbante non è solo suggerito, ma è costruito in un assemblaggio apparentemente impossibile. Le labbra, gonfie fino alla caricatura, sembrano anticipare un’estetica contemporanea (quasi da chirurgia estetica esasperata), ma allo stesso tempo sono astratte, sganciate da un volto, quindi prive d’identità e di parola autentica. Le sormonta una bombetta, simbolo borghese per eccellenza, che introduce un segno di riconoscibilità sociale, ma applicato a qualcosa che non dovrebbe indossarla. Sotto, le gambe eleganti, inguainate, con scarpe d’eco aristocratica: ancora una volta, un codice di classe, di stile, di appartenenza. Ma siamo davanti a un corpo smontato e ricomposto secondo una logica di superficie. E questo è il punto decisivo. Non c’è volto, non c’è identità: solo un frammento elegante e insieme perturbante. È un’immagine che seduce e respinge nello stesso istante, in fondo disgustosa, anzi… scandalosa.
Il suo potere perturbante nasce proprio dalla sua ambivalenza: da un lato richiama immediatamente l’estetica borghese (il dettaglio raffinato, il feticcio dell’eleganza, la cura per l’apparenza), dall’altro introduce un elemento di scarto: quella gamba non è semplicemente mostrata, è esposta come oggetto, decontestualizzata, privata di unità. È corpo ridotto a segno, a superficie da contemplare. Ma è un’immagine che promette fascino e restituisce disagio.
In questo senso, l’opera dialoga profondamente con il suo tempo. Dopo le utopie e le fratture degli anni Sessanta, il ritorno all’ordine borghese passa anche attraverso una capacità di incorporare il dissenso, di trasformarlo in stile, in estetica, in superficie. Buñuel coglie questo passaggio con precisione chirurgica: i suoi personaggi non sono scandalizzati dalle anomalie che li circondano: le assorbono come spugne, pronte a lasciarle scivolare via. Anche l’assurdo diventa parte del loro orizzonte: non c’è mai vera crisi, solo piccoli slittamenti che non mettono in discussione l’impianto generale.
Eppure, proprio qui risiede l’attualità del film. In un’epoca come la nostra, in cui le forme del privilegio si sono fatte ancora più invisibili e sofisticate, e in cui la realtà stessa è spesso percepita come una costruzione instabile, Il fascino discreto della borghesia continua a parlarci con una chiarezza inquietante. Le cene che non avvengono mai possono essere lette oggi come metafora di un desiderio costantemente differito, di una soddisfazione promessa ma sempre rimandata – dinamica tipica delle società consumistiche contemporanee. I personaggi che attraversano sogni senza rendersene conto somigliano a soggetti immersi in narrazioni mediatiche che confondono livelli di realtà e finzione.
Buñuel, in fondo, non offre una via d’uscita. Non c’è catarsi, non c’è rivelazione finale. C’è solo quella strada che si ripete, quel camminare senza meta, quel tentativo ostinato di sedersi a tavola. È un cinema che non consola e non educa: si limita, ma non è un limite, a scavare e a mostrarci le interiora imputridite di ciò che porta sotto i nostri occhi. E ciò che trova non è un mostro da combattere, ma una forma di vita che continua a funzionare anche quando ha perso ogni giustificazione. Una macchina sociale che procede per inerzia, elegante e impeccabile, mentre sotto la superficie il senso si è già dissolto da tempo.