Heiko H. Caimi – Un respiro che torna

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Sequestrato.
Il televisore spento riflette la mia faccia come un’estrazione sbagliata: il dente viene via ma resta il dolore. Sul tavolo, il mate freddo – amaro come un discorso interrotto – è il perno di tutto quello che penso qui, dove ho pensato troppo. Prima era difficile, ora è un furto: il furto che ti spiegano come se fosse pedagogia.

La dottoressa direbbe: «Tra parentesi ci metta le cose che sa, di fuori quelle che urlano». Ma oggi urlano tutte.

Se mi strappassero il passaporto dalle mani. Se lo facessero. Smetterei di bussare alle ambasciate come a porte di frigoriferi vuoti, a chiedere briciole di legalità. Il Presidente è tenuto in ostaggio come una parola che non puoi più pronunciare senza che ti ridano in faccia. E il Paese – il mio Paese – è un corpo sedato: ti rubano il sangue e ti dicono che è terapia.

Sotto il tavolo c’è una cosa. Ferma. Un mucchio di volantini: Bolívar, Chavez, una stella, un pugno. Ne prendo uno e canto a bassa voce, per tenermi su: «Alí Primera, Silvio, Víctor Jara», sette volte. Già al terzo giro capisco: non è nostalgia, è rabbia con le scarpe. La rabbia pesa, ma non troppo. Sta bene in mano. La piego, la infilo in tasca, velluto di carta ruvida.

So contare le sanzioni come si contano i colpi di tosse nella notte. So gli embarghi, so le clausole scritte col sangue che non vedi. Fori invisibili da cui entra il freddo. Ci metti l’alloro della retorica, l’aglio delle promesse, ma il sugo non torna.
Gli imperi sono antichi. Tra i denti voglio masticare una faccia alla Goya. I neri mangiano i bianchi, il ferro si riconosce dal sapore. Le lance oggi sono firme digitali, timbri che fanno più male delle baionette.
Ho la febbre e nella febbre vedo cose rosse – bandiere che non sono drappi, ma ferite – vedo mani che applaudono e mani che stringono.
Sull’autobus una donna mi guarda e ha paura, ma mi guarda: ha capito che non sto parlando di pane, sto parlando di ossa.
Un clown con la cravatta a stelle e strisce entra nella scena, finge di inciampare, e dal cappello escono dollari come colombe.
Io urlo – «¡Patria!» – e il vetro vibra.

Ho la febbre. Non lavoro.
Viene mio padre nei sogni, che non era d’accordo con me ma mi ha insegnato a stare dritto. Odora di officina e arance. Mi tocca la spalla, mostra i denti – quelli buoni – e dice senza dire: «Non confondere la vendetta con la giustizia». Vorrei afferrargli la frase, sgusciarla come un’arachide, mangiarla piano.

Idioti, dicono. Siete idioti.
Idioti perché non capite che il sequestro non è solo di persona – è di tempo, di futuro, di possibilità. Ti portano via le ore e ti rivendono i minuti a interessi.

«Sei testardo». Me lo disse da bambino. Vidi uno scoglio e una bandiera che sbatteva come un polmone stanco.
Tornavo a casa quando mi dimenticavano, andavo via quando mi chiamavano.
Il sabato vado al murale sotto il cavalcavia, quello con gli occhi che ti seguono. Bevo l’acqua che scorre ai piedi del cemento – sa di ruggine e di zucchero bruciato.

Come si fa a saper fare la rivoluzione? Siamo improvvisatori in felpe, con slogan cuciti male. La giacca ha un buco nella fodera ma non lo rammendo: da lì cadono le monete del discorso giusto, quelle che fanno rumore e non comprano niente. Come si ama un Paese sbagliato – lo ami come un figlio che torna tardi e non chiede scusa.

Si accendono e si spengono le luci come per spaventarmi, come se avessi fatto qualcosa di male – ma il male lo stanno facendo altri, tutto quanto, tutto alla luce del sole, come se fosse normale – normale.
Piove abbastanza da allagare le parole. Le cantine della memoria si riempiono. Le cassette postali sputano propaganda lucida. Le strappo. Servono solo a coprire il legno truciolare delle menzogne.

Cerniere, cuciture. Suture sui nervi. Una zip dove nascondo le citazioni – Bolívar che parla come un temporale, Marx che tossisce, Galeano che sorride con un dente rotto. Le tiro fuori dal corpo come un prestigiatore, zac, versi scorticati, parole che sentite solo perché qualcuno le porta di nuovo al mondo. Sacre perché ferite.

I pensieri, gli altri, spingono nel nero – lustro e sequestrato – per uscire e incontrare un’altra piazza, fare la loro marea.

No somos patio trasero.
No somos mercancía.
No somos silencio.

La nipote mi chiede sempre «è giusto?» invece di «ti conviene?». La porto al mercato, le mostro le mani che pesano i pomodori come si pesa la vita. Le spiego cos’è un embargo – «Si mangia?» – «Ci mangia qualcuno».
Le prendo un succo di mango. Si addormenta sul mio braccio con la bocca aperta che ci passa il futuro, il ponte arrugginito, il treno che non arriva, le nuvole trafitte da antenne, il glicine che resiste sui muri. Tutto insieme, nodo di rughe che trattiene i germogli.

Metti in bocca il telecomando. Mettilo e senti il gusto di plastica del mondo comandato da lontano. La mano che cambia canale non è la tua. Ma la voce, quella, è ancora qui. E quando dice rivoluzione non è una minaccia: è un respiro che torna.

 

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Heiko H. Caimi, classe 1968, è scrittore, sceneggiatore, poeta e docente di scrittura narrativa. Ha collaborato come autore con gli editori Mondadori, Tranchida, abrigliasciolta e altri. Ha insegnato presso la libreria Egea dell’Università Bocconi di Milano e diverse altre scuole, biblioteche e associazioni in Italia e in Svizzera. Dal 2013 è direttore editoriale della rivista di letterature Inkroci. È tra i fondatori e gli organizzatori della rassegna letteraria itinerante Libri in Movimento. Ha collaborato con il notiziario “InPrimis” con la rubrica “Pagine in un minuto” e con il blog della scrittrice Barbara Garlaschelli “Sdiario”. Ha pubblicato il romanzo “I predestinati” (Prospero, 2019) e ha curato le antologie di racconti “Oltre il confine. Storie di migrazione” (Prospero, 2019), “Anch'io. Storie di donne al limite” (Prospero, 2021), “Ci sedemmo dalla parte del torto” (con Viviana E. Gabrini, Prospero, 2022), “Niente per cui uccidere” (con Viviana E. Gabrini, Calibano, 2024) e “Trasformazioni. Storie dal pianeta che cambia” (con Giovanni Peli, Calibano, 2025). Svariati suoi racconti sono presenti in antologie, riviste e nel web.

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