Heiko H. Caimi – Licenza di fuoco

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Dedicato alla memoria di
Renee Nicole Good 

Era una città di provincia con il mare a pochi isolati e le montagne alle spalle, una di quelle che finiscono sempre nei discorsi come tranquille, normali, senza problemi.
Da settimane circolavano voci di retate, di liste, di pullman partiti all’alba verso destinazioni che nessuno voleva nominare ad alta voce. Si parlava di rimpatri accelerati, di emergenze, di necessità. Parole grandi usate per coprire gesti piccoli e violenti.
La manifestazione non era autorizzata, ma nemmeno proibita: stava in quella zona grigia in cui lo Stato finge di non vedere, finché non decide di colpire.
Ci eravamo dati appuntamento all’alba, vicino al porto, convinti che bastasse esserci per rallentare la macchina. Un palco improvvisato, casse gracchianti, un microfono che fischiava: abbastanza per far circolare le parole, non abbastanza per proteggerle.
Io ero lì. Non perché fossi coraggioso. Non perché fossi puro. Ero lì perché, se fossi restato a casa, mi sarei sentito complice.
La città era stata svegliata dai blindati della polizia prima ancora delle campane. Cingolati bassi, ruote nere come bestemmie. Uomini con il volto coperto, fucili troppo grandi per una piazza italiana. Sembravano addestrati non a difendere, ma a rompere. A spezzare qualcosa di umano senza pensarci due volte.
Noi avevamo cartelli di cartone. Mani nude. Voci incrinate.
Credevamo di vivere in una democrazia. Era questo l’inganno più feroce.
Il presidente aveva firmato la legge qualche giorno prima. Una frase sola, masticata dai notiziari come fosse un chewing-gum innocuo: Le forze dell’ordine possono reagire con ogni mezzo se si sentono minacciate.
Se si sentono. Non se lo sono. Se lo sentono.
E quando dai bar, dai commenti online, dalle bocche impastate di birra e odio, avevo sentito dire “bisognerebbe farli fuori tutti”, “chi li difende è peggio di loro”, “fottute zecche comuniste”, “giargia di merda”, avevo capito che quella frase era un grilletto già armato.
Lei era sul palco. Non la conoscevo. Una donna normale. Giacca leggera, voce ferma che usciva dalle casse con un leggero eco metallico. Parlava come parlano quelli che non vogliono vincere, ma restare umani.
Diceva che deportare persone non è sicurezza. Diceva che uno Stato che ha paura delle parole è già morto. Diceva cose che non fanno rumore, e proprio per questo danno fastidio.
Uno dei poliziotti si è staccato dal gruppo. L’ho visto irrigidirsi. Non correva. Non urlava. Si sentiva minacciato.
Da cosa? Da una frase? Da uno sguardo? Da una donna ferma che non abbassava gli occhi?
Il colpo è arrivato prima del silenzio. Secco. Preciso. In faccia.
Il corpo è caduto come cadono le cose che non erano preparate a morire. Male. Storto. Senza retorica.
Qualcuno ha urlato. Qualcuno ha filmato.
Io sono rimasto fermo, con le gambe di gesso e la bocca piena di ferro. Ho pensato ai figli. Perché certe cose le capisci subito. Ho pensato che da quel momento sarebbero cresciuti con una parola nuova: omicidio legale.
Il poliziotto non è scappato. Ha fatto un passo indietro. Era coperto dalla legge. Era coperto dal presidente. Era coperto da chi, la sera prima, rideva davanti alla televisione.
Più tardi, lo stesso presidente faceva battute. Rideva. Un cabaret di cattivo gusto tra gente che batteva le mani. Parlavano di ordine. Parlavano di sicurezza. Nessuno parlava del sangue sull’asfalto.
Hanno detto che era un’estremista. Che se l’era cercata. Che aveva sfidato l’autorità. Che in fondo, se ti metti davanti a un fucile, te la vai a cercare.
È così che funziona adesso. Non muore chi viene ucciso. Muore chi osa stare in piedi.
Io ero lì. E da quel giorno so una cosa: un intellettuale che non è pericoloso non serve a niente. Una voce che non disturba è solo arredamento.
Lei è morta. E con lei è morta l’illusione che bastasse essere pacifici per essere salvi.
Ma se qualcuno pensa che sia finita lì, sbaglia. Perché, quando hanno sparato a lei, qualcosa ha smesso di chiedere permesso dentro di noi.
E quella cosa non ha intenzione di tacere.

 

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Heiko H. Caimi, classe 1968, è scrittore, sceneggiatore, poeta e docente di scrittura narrativa. Ha collaborato come autore con gli editori Mondadori, Tranchida, abrigliasciolta e altri. Ha insegnato presso la libreria Egea dell’Università Bocconi di Milano e diverse altre scuole, biblioteche e associazioni in Italia e in Svizzera. Dal 2013 è direttore editoriale della rivista di letterature Inkroci. È tra i fondatori e gli organizzatori della rassegna letteraria itinerante Libri in Movimento. Ha collaborato con il notiziario “InPrimis” con la rubrica “Pagine in un minuto” e con il blog della scrittrice Barbara Garlaschelli “Sdiario”. Ha pubblicato il romanzo “I predestinati” (Prospero, 2019) e ha curato le antologie di racconti “Oltre il confine. Storie di migrazione” (Prospero, 2019), “Anch'io. Storie di donne al limite” (Prospero, 2021), “Ci sedemmo dalla parte del torto” (con Viviana E. Gabrini, Prospero, 2022), “Niente per cui uccidere” (con Viviana E. Gabrini, Calibano, 2024) e “Trasformazioni. Storie dal pianeta che cambia” (con Giovanni Peli, Calibano, 2025). Svariati suoi racconti sono presenti in antologie, riviste e nel web.

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