Heiko H. Caimi – Il Natale di nessuno

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Quell’anno, la vigilia di Natale arrivò come un cane randagio che trova la porta socchiusa e s’infila senza chiedere permesso. Per Ernesto non c’era niente da festeggiare, eppure aveva voluto concedersi un lusso minuscolo, una di quelle cose che un tempo si facevano “perché sì”, quando era ancora un marito e non un avanzo, quando aveva un ruolo nel mondo che non fosse quello di inquilino spaventato dalle bollette.
Mangiava nella sua stanzetta – la sola che scaldava – seduto a un tavolino sbilenco: antipasto di soppressata e salame d’oca – che ormai comprava solo per ricordarsi che esisteva un piacere che nessuno poteva togliergli – e poi le lasagne surgelate scaldate nel fornetto elettrico, che erano migliorate, grazie al cielo, perché un tempo gli sembravano cartone con la coperta di pomodoro.
Mentre masticava, si sorprese a pensare a sua moglie: a come l’aveva lasciato dicendogli che era “un peso morto”, e che si meritava “una vita migliore”. E dire che lui aveva mollato tutto – amicizie, lavoro, abitudini – per seguirla nella sua città, come un emigrante del cuore. E ora ogni pietra del marciapiede gli ricordava che lì non sarebbe stato di casa nemmeno fra cent’anni. Ma ci aveva provato. C’era stato vent’anni, come uno che non smette di bussare a una porta sperando prima o poi di sentirsi dire “entra”.
All’esterno, la via chiusa che terminava con la sua casa si era già riempita del solito commercio: macchine che arrivavano a fari bassi, donne infreddolite che salivano e scendevano come anime in pena, e dopo, sull’asfalto, i soliti resti del loro lavoro – fazzoletti sporchi e preservativi che luccicavano biavi alla luce dei lampioni.
Ernesto non si lamentava. La sua vita era così. La normalità aveva un odore strano, ma alla fine ci si abitua a tutto.
Stava finendo le lasagne quando udì un rumore. Un tonfo secco, come di qualcosa spostato con troppa fretta. Proveniva dall’ingresso, una stanza che da settimane non scaldava più.
Si alzò, posando la forchetta con una lentezza che aveva qualcosa di rituale. “Topi,” pensò. O forse il vento. O il legno vecchio della casa.
Attraversò la cucina – gelida come una cella mortuaria – lasciando il piatto ancora caldo che fumava sul tavolino. La porta dell’ingresso si spalancò all’improvviso, sbattendo forte contro il muro.
Ernesto rimase pietrificato. Tre uomini in calzamaglia nera, i volti coperti fino agli occhi, gli stavano davanti come usciti da un sogno maligno. L’odore di umido e sudore gli arrivò alle narici prima ancora che la paura gli entrasse nel sangue.
«Ma guarda un po’» disse uno di loro, la voce nasale, «c’è qualcuno in casa».
Ernesto emise un grido che gli uscì come un singhiozzo.
Un altro dei ladri tirò fuori un coltello che brillò sotto la luce del lampione esterno e gli si avvicinò. «Niente scherzi» gli intimò puntandoglielo dritto allo sterno. «Siamo nervosi, stanotte».
Ernesto non rispose. Guardò la lama e gli venne da pensare a una frase che aveva letto in un libro, non ricordava quale, e che gli era rimasta impressa nella memoria: una buona botta di paura può farti vedere la luce. E pensandoci gli venne quasi da ridere, perché lui, la luce, l’aveva vista solo nella bolletta dell’ultimo bimestre, e gli era sembrata più una condanna che una rivelazione.
«Io… non ho niente» disse infine, con una voce che era la sua ma fioca come se provenisse da un posto lontano. «Sono solo. Non ho nulla che vi possa interessare».
L’uomo con il coltello si avvicinò ancora, fino a sfiorarlo. I suoi occhi erano due pozze nere. «Tutti hanno qualcosa». A Ernesto venne da pensare “Sì, a me è rimasta la vita. Vuoi prenderti quella?”.
Il secondo ladro, più grosso, fece un passo verso la cucina. «Contanti? Oro? Il portafogli?».
Ernesto scosse la testa. Il portafogli c’era, ma era vuoto: aveva speso quel che era rimasto per quella cena. Pensò alle sue lasagne, alla soppressata, alla stanzetta calda in cui aveva creduto di proteggersi dalla vita. Pensò a sua moglie che ora, probabilmente, festeggiava con qualcuno che non era un peso morto. E dentro di lui qualcosa – piccolo, duro, invisibile – si spezzò. «Non ho niente» ripeté. «Ma se volete la cena, potete prenderla».
I ladri si bloccarono. Per un lungo istante non ci fu un suono. Solo il fiato condensato dal freddo dei tre uomini e il suo.
Poi il terzo ladro – quello più giovane, che non aveva ancora parlato – sbuffò  e ridacchiando disse: «È matto».
«No» rispose Ernesto, con una calma che gli sorprese la gola. «Sono solo solo. Solo, hai capito?». E per poco non rise di quella patetica ripetizione.
Il ladro col coltello lo fissò per un secondo di troppo. E in quello sguardo lungo, in quella frazione di respiro, accadde qualcosa che nessuno avrebbe saputo raccontare con precisione – come quando la grazia si infila nelle crepe di un cuore umano senza chiedere permesso.
La lama scese. Non lo toccò.
«Vieni via» disse il più grosso. «Guardati intorno. Qui non c’è niente da prendere. Manco la dignità».
Uscirono com’erano entrati, lasciando dietro di sé solo una porta scassinata, aria fredda e un silenzio che sembrava ancora più feroce di prima.
Ernesto rimase immobile per lunghi secondi, a guardare la porta che oscillava lenta, come se avesse qualcosa da dire.
Quando tornò nella sua stanzetta, il piatto era ancora tiepido. Si sedette, prese la forchetta, guardò il vapore che saliva. Gli scappò un sorriso – storto, amaro, ma pur sempre un sorriso. Poi riprese a mangiare.
Non era molto. Non era niente, forse. Ma, in quella notte di nessuno, era tutto quello che aveva. E, per la prima volta da mesi, non gli parve così misero da vergognarsene.

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Heiko H. Caimi, classe 1968, è scrittore, sceneggiatore, poeta e docente di scrittura narrativa. Ha collaborato come autore con gli editori Mondadori, Tranchida, abrigliasciolta e altri. Ha insegnato presso la libreria Egea dell’Università Bocconi di Milano e diverse altre scuole, biblioteche e associazioni in Italia e in Svizzera. Dal 2013 è direttore editoriale della rivista di letterature Inkroci. È tra i fondatori e gli organizzatori della rassegna letteraria itinerante Libri in Movimento. Ha collaborato con il notiziario “InPrimis” con la rubrica “Pagine in un minuto” e con il blog della scrittrice Barbara Garlaschelli “Sdiario”. Ha pubblicato il romanzo “I predestinati” (Prospero, 2019) e ha curato le antologie di racconti “Oltre il confine. Storie di migrazione” (Prospero, 2019), “Anch'io. Storie di donne al limite” (Prospero, 2021), “Ci sedemmo dalla parte del torto” (con Viviana E. Gabrini, Prospero, 2022), “Niente per cui uccidere” (con Viviana E. Gabrini, Calibano, 2024) e “Trasformazioni. Storie dal pianeta che cambia” (con Giovanni Peli, Calibano, 2025). Svariati suoi racconti sono presenti in antologie, riviste e nel web.

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