La strada era lucida di pioggia e botti esplosi male. L’uomo scese dalla macchina con il sorriso ancora addosso: vino buono, amici cari, vecchie storie riaperte come libri consumati.
Aveva parcheggiato lontano, ma non gli dispiaceva. Camminare gli faceva bene.
Aria fredda, aria vera. Un anno finiva, un altro stava arrivando con la faccia pulita delle promesse.
Il quartiere dormiva male. Una sirena da qualche parte. Un petardo isolato che somigliava a un colpo di pistola.
Infilò le mani in tasca e fischiettò un motivo che aveva in testa da ore. La notte vibrava ancora del frastuono dei brindisi.
Poi, all’improvviso, il silenzio. All’angolo del marciapiede – quello senza lampione, che aveva sempre odiato e per cui aveva protestato inutilmente tante volte – c’era un gruppetto. Quattro. No, cinque. Difficile dirlo. Si muovevano come un unico corpo nero.
Giubbotti gonfi. Capucci tirati sugli occhi. Una risata grossa, stonata. La risata dei quindici anni quando credi che nessuno potrà mai fermarti.
L’uomo rallentò. Un passo. Un altro, circospetto. Il cuore, da allegro, divenne rapido.
La strada dietro di lui era vuota. Davanti, solo quei ragazzi.
Uno gli si parò davanti. Piccolo. Magro. Con uno sguardo duro come il metallo freddo. «Oh, capo. Buon anno, eh». Non era un augurio. Era un annuncio.
Gli altri si disposero a mezzaluna. Ridevano sotto i cappucci. Ridevano come i fuochi d’artificio quando esplodono troppo vicino.
L’uomo fece per sorridere. Gesto istintivo, educazione antica. «Ragazzi, io devo solo rientrare a casa. È là, all’angolo…».
«Non ce ne fotte niente» bofonchiò lo smilzo.
Un petardo esplose alle loro spalle.
Il più piccolo scattò in avanti. Un lampo metallico in mano. Una lama? Una chiave? Un accendino? Non lo capì.
Il gruppetto si richiuse su di lui. Braccia. Spinte. Mani veloci come topi affamati. Una voce stridula: «Dacci il cell! Le chiavi dell’auto! Veloce!».
L’uomo sentì l’odore acido dell’adrenalina. Il suo o il loro, non lo sapeva. Provò a divincolarsi. «Calma, calma… non serve… io non…».
Un pugno. Secco. Dritto allo stomaco.
Il fiato gli scappò via come un animale in fuga. Il marciapiede oscillò. La notte perse contorni.
I ragazzi urlavano parole che non capiva: frasi spezzate, bestemmie, un coro di voci che gli sembravano troppo giovani per essere così cattive.
Un altro colpo. Alla faccia. Caldo sul labbro. Gusto di sangue, ferro e spavento.
Si piegò sulle ginocchia. Vide le loro scarpe – nuove, pulite, costose – muoversi in cerchio. Sembravano danzare intorno a lui. La danza dell’ultimo capodanno.
«Prendigli tutto, dai!».
«Oh, fra, guarda come trema!».
«Sfigato di merda…».
Una mano gli frugò nelle tasche. Cellulare. Portafogli. Chiavi. Tutto via. Strappato.
Poi se ne andarono correndo. Spariti nel vicolo. Ridendo. Sempre ridendo.
L’uomo rimase lì. Seduto. Respirando a fatica. Le luci dei fuochi d’artificio, lontane, gli coloravano i palmi di arancio e viola.
Il nuovo anno era iniziato, con i suoi fuochi d’artificio. Di già. Senza aspettarlo.
Si alzò piano. La guancia gli bruciava. Il labbro sanguinava. Ma era vivo.
Voltò lo sguardo verso la sua casa, lontana dieci passi. Dieci passi soltanto. Dieci maledetti passi.
Li fece uno a uno. Senza fretta. Senza più fischiettare. Ogni passo un pensiero: Poteva andare peggio. Poteva andare molto peggio.
Arrivò al portone. Si frugò nella tasca. Era senza chiavi. Gli avevano portato via anche quelle di casa. Non gli servivano. Ma gliele avevano prese lo stesso.
Appoggiò la fronte al metallo freddo e rise. Una risata secca, strozzata, incredula. La risata di chi capisce che l’anno nuovo non porta nulla, è solo un altro giorno che ti passa sopra.
Poi smise di ridere. E restò lì, così, mentre un altro petardo esplodeva in lontananza.






















