Rino Della Negra
(Vimy, 18 agosto 1923 – Mont-Valérien 21 febbraio 1944)
Mi chiamo Rino, faccio il calciatore, prima ancora sono un partigiano. Non ho paura di correre sulla fascia laterale, sono un’ala destra, questo è il mio compito. Non ho paura di battere un calcio di rigore, non è mica da questi particolari che si giudica un giocatore, un giocatore lo vedi dal coraggio, dote che non mi manca, non soltanto in campo. Corro come un matto per i Red Star di Parigi, la mia famiglia viene da Udine, fugge dalla fame e dal fascismo, ma pure in Francia non ne siamo immuni.
Nasco a Vimy, vivo ad Argenteuil, Mazzagrande è il mio quartiere, pieno zeppo d’italiani, lavoro in fabbrica, gioco a pallone, sono comunista.
Il cuore batte forte per il calcio, nella Jeunesse Sportive Argenteuillaise, poi nella squadra della fabbrica, infine nella Red Star Paris, a Saint Ouen, periferia nord della Capitale, dove giocano pure Jules Rimet e uno spagnolo di nome Helenio Herrera.
Partigiano Robin, presente! Le fughe più pericolose son fuori dal campo, sotto falso nome, le azioni militari del 1943, il volantinaggio, mitra alla mano contro i nazifascisti di Petain. Nonostante tutto gioco ancora, sotto falso nome, mi nascondo coi compagni nei magazzini dello stadio, poche gare in campo, molte partite fuori, contro un vero nemico, mitra in pugno. Assalti a caserme, sabotaggi, attentati a generali che si vendono al nemico, viva la Francia! non è soltanto un grido, soprattutto non ha niente di sportivo.
Maledetta Gestapo che mi prende durante un agguato a un portavalori, ferito ai reni in maniera molto grave. Processo farsa, dove i traditori dicon di me che sono un traditore, perché ho scelto di non vendermi ai tedeschi.
Mando un bacio ai parenti, alla nonna, a mio fratello, un abbraccio a tutti gli sportivi. Vinceranno ancora, senza di me, che finisco a terra sotto i colpi di fucile d’un maledetto plotone d’esecuzione.
Non sono stato mai un bandito, come dicono i tedeschi, solo un francese che ha amato il suo paese, famiglia italiana, calciatore, attaccato alla maglia e alla bandiera.
Di me che riposo a Ivry, nel verde cimitero di Parigi, restano il ricordo delle azioni fuori campo, un manifesto rosso, una strada e una tribuna, a Saint Ouen, una targa ad Argenteuil.
La mia rete più bella sono stati i colpi di mitra contro l’ingiustizia.





















