Gordiano Lupi – Dio ci salvi dallo Strega

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Mi dicono: 
sei il solito invidioso. 
Come trent’anni fa 
quando sputavi Quasi quasi… 
e Nemici miei per Stampa Alternativa, 
carta povera, 
lire contate. 

Eh no, cari miei. 
Se invidio, 
invidio chi sta in alto. 
Pavese con le colline che finiscono in gola, 
Murakami che corre nel buio, 
Bukowski ubriaco alle corse, 
Fante affamato di pane e donne, 
Pasolini con Cristo tra le borgate,
Caproni che inciampa nei versi, 
Cabrera Infante che canta L’Avana.

Non uno 
che conta i film visti
come grani di un rosario stanco. 
Non uno 
che fa l’autopsia agli ex compagni di scuola, 
cena dopo cena, 
prostata dopo prostata, 
fino all’elenco dei morti. 
I convitati di pietra 
seduti al tavolo, 
e nessuno parla. 

“Protrudesse le labbra nella posa del nesci” 
me la porto addosso come una zecca. 
Mi ci vuole la varechina, 
un bagno nell’acido, 
per staccarmela dalla pelle. 

Letteratura orchitica, 
pedante, 
gonfia di niente. 
Scrutina facce 
come fossero schede elettorali. 
Niente dialoghi, 
neanche sotto tortura. 
Il lettore? 
L’ultimo stronzo a cui pensa. 

L’importante è il rituale: 
simposii – con la doppia i, mi raccomando – 
indirizzi completi: 
via, numero civico, scala, interno. 
Manca solo quanto pagano d’affitto 
e il nome del portinaio. 

Poi gli abbonamenti a San Siro, 
anello, settore, poltroncina. 
Un amico ha chiamato il figlio Diego 
mica per Maradona, sia mai. 
Per un terzino nerazzurro 
che nessuno ricorda. 
Adesso sto bene. 
Questa è la vita. 
Questa è la letteratura. 

Erudizione verbosa, 
anche a fumetti, 
poi giù con malattie, 
decessi, 
pagine e pagine di necrologi. 

Se ne faranno un film 
sarà il solito film italiano: 
non succede niente, 
solo corna, divorzi, 
quarantenni immaturi 
che ogni tanto muoiono 
per dare un po’ di trama. 

Non si fa mancare nulla: 
concessionarie d’auto, 
indirizzi precisi, 
non si sa mai ti serva una Panda a Milano. 
E la poesia più alta? 
I riassunti. 
I discorsi ordinati, 
sintetizzati, 
scolati. 

Lo stile è tutto. 
Tutto il romanzo è stile. 
Se arrivi in fondo – impresa – 
capisci: 
tutto questo per questo. 
Ti pare poco? 

Un flusso di elenchi, 
vite sfiorate come bicchieri al bar, 
anno dopo anno, 
morti dopo morti. 

Dio ci salvi dallo Strega. 
Dio ci salvi dalla letteratura italiana.

16 luglio 2026

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Gordiano Lupi (Piombino, 1960), Direttore Editoriale delle Edizioni Il Foglio, ha collaborato per sette anni con La Stampa di Torino. Ha tradotto i romanzi del cubano Alejandro Torreguitart Ruiz e ha pubblicato numerosissimi volumi su Cuba, sul cinema e su svariati altri argomenti. Ha tradotto Zoé Valdés, Cabrera Infante, Virgilio Piñera e Felix Luis Viera. Qui la lista completa: www.infol.it/lupi. Ha preso parte ad alcune trasmissioni TV come "Cominciamo bene le storie di Corrado Augias", "Uno Mattina" di Luca Giurato, "Odeon TV" (trasmissione sui serial killer italiani), "La Commedia all’italiana" su Rete Quattro, "Speciale TG1" di Monica Maggioni (tema Cuba), "Dove TV" a tema Cuba. È stato ospite di alcune trasmissioni radiofoniche in Italia e Svizzera per i suoi libri e per commenti sulla cultura cubana. Molto attivo nella saggistica cinematografica, ha scritto saggi (tra gli altri) su Fellini, Avati, Joe D’Amato, Lenzi, Brass, Cozzi, Deodato, Di Leo, Mattei, Gloria Guida, Storia del cinema horror italiano e della commedia sexy. Tre volte presentato al Premio Strega per la narrativa: "Calcio e Acciaio - Dimenticare Piombino" (Acar, 2014), anche Premio Giovanni Bovio (Trani, 2017), "Miracolo a Piombino – Storia di Marco e di un gabbiano" (Historica, 2016), "Sogni e Altiforni – Piombino Trani senza ritorno" (Acar, 2019).

3 COMMENTI

  1. Mi dispiace molto per Gordiano Lupi, autore di questa recensione così originale perchè in forma di poesia, ma non sono d’accordo con lui su nessuna linea. Io apprezzo di Mari nel libro in questione, proprio per ciò che lui, Gordiano Lupi, detesta: la scrittura. Certo gli elenchi dei film con pedanti nomi e cognomi di registi, gli elenchi di fumetti con citazioni di autori, periodo di pubblicazione etc, è stancante, sì. Ma sono preparatori all’esito finale non scontato e assolutamente coerente con tutta la narrazione. Il libro è originale, si stacca dai soliti cliché narrativi e pur parlando della morte che ci riguarda tutti, ne parla con ironia, sarcasmo e leggerezza. La morte, anzi, l’attesa della morte, è il dato di fatto più presente e concreto nella nostra vita. Lo sguardo di Mari è cinico e senza veli e sottolinea tutta la vacuità delle nostre attese. Però egli, Mari cioè, riesce a trovare una conclusione per nulla scontata e sorprendentemente positiva. Rimando alla recensione che ne ho fatto nel mio blog.

    • Gentile Maria Rosa,
      la ringrazio sinceramente per il tono pacato e per l’attenzione dedicata sia alla poesia di Gordiano Lupi sia al romanzo di Michele Mari. Il confronto di letture è sempre prezioso, soprattutto quando nasce da un’autentica passione.
      Detto questo, permetta una precisazione: non condividiamo affatto l’idea che il finale del romanzo sia “non scontato”. È certamente coerente con il percorso narrativo, su questo siamo d’accordo, ma proprio la sua coerenza interna lo rende prevedibile: Mari conduce il lettore verso quell’esito fin dalle prime pagine, senza deviazioni né reali scarti drammatici. Non c’è sorpresa, c’è solo compimento.
      Quanto all’originalità, qui il dissenso è ancora più netto. Nella nostra recensione (https://www.inkroci.it/racconti-brevi/featured/michele-mari-convitati-di-pietra-recensione-libro.html) abbiamo mostrato come “I convitati di pietra” non si stacchi affatto dai cliché del romanzo a congegno, anzi vi si aggrappi con sicurezza: l’isolamento in villa, le dinamiche da micro‑società chiusa, le tensioni sentimentali e le rivalità prevedibili, il dispositivo metanarrativo che ricombina materiali già ampiamente codificati. Mari è autore colto e tecnicamente abilissimo, ma in questo caso la rielaborazione non produce, secondo noi, alcuno scarto creativo, limitandosi a un raffinato montaggio di modelli preesistenti.
      Capisco che lei apprezzi la scrittura di Mari proprio dove Lupi la critica: è una posizione legittima. Tuttavia, ciò che a lei appare ironico, leggero e “positivo”, a noi appare invece manierismo irrigidito, un esercizio di stile che privilegia l’autoreferenzialità rispetto alla vitalità narrativa. Non è questione di “detestare la scrittura”, ma di riconoscere quando la scrittura impoverisce l’esperienza del lettore, invece di amplificarla.
      La ringrazio ancora per il suo contributo e per aver condiviso la sua recensione. Il dialogo critico è sempre benvenuto, soprattutto quando, come detto, nasce da letture appassionate e sincere.
      Se desidera approfondire, possiamo discutere insieme il ruolo del manierismo nella narrativa italiana contemporanea oppure come si distingue un vero scarto creativo da una semplice variazione su modelli noti.
      Cordialmente,
      per la Redazione
      Biagio Malorno

  2. Gentilissima Maria Rosa, qualcosa della mia recensione apprezza, a quel che vedo. Diciamo che è simile al libro di Mari alla voce originalità. Aveva mai letto una recensione in forma poetica? Ci sta che piaccia anche a Mari e che la prenda con (dubito) simpatia! Un saluto e grazie per il commento.

    Gordiano Lupi

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