Giorgio Olivari – Storie

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Alla fine, me l’ero cavata con una settimana di punizione. Niente libera uscita, nessun turno di riposo. Quel “vaffanculo” al telefono avrebbe potuto costarmi molto di più: qualcosa come un processo per insubordinazione, per esempio.
Sia detto a mia difesa che si era trattato di un incidente. In piena emergenza energetica della cabina elettrica della base, nel mio turno di servizio, avevo risposto all’ennesima telefonata senza scandire nome e grado, ma con quel rabbioso “vaffa”, e all’altro capo del filo c’era un colonnello. Il comandante della base si era visto obbligato ad appiopparmi quella consegna, che sarebbe finita sul mio fascicolo personale.

A fine pena uscii di caserma per una pizza, in compagnia di un commilitone, e incontrammo una sua cugina molto carina, Gaia. Era una ragazza curiosa e io smaniavo per piacerle, così, congedato l’amico, la invitai per una passeggiata e iniziai a raccontarle l’accaduto. «Però non devi dire a nessuno di questa cosa».
«Okay, nessun problema».
«Sono stato arrestato» rivelai. «Per insubordinazione».
Gaia smise di camminare. «Arrestato? Dici sul serio?».
Alzai le spalle.
Lei alzò le braccia sulla testa in uno slancio di entusiasmo. «Ma è fighissimo!» urlò. Mi prese sottobraccio e continuammo a camminare. «Uau! Arrestato! Sei un MITO! Com’è la galera?».
Non potevo saperlo. Ero rimasto una settimana confinato nella mia stanza. Ma il profumo di Gaia era così buono, e sentirla così appiccicata mi dava una certa euforia: avrei fatto di tutto per non deluderla. «È stata dura, bella».
Attraversammo la strada e ci sedemmo su una panchina.
«Loro ti hanno minacciato con una pistola?» sussurrò.
Non c’era nessun “loro”. Trattavasi di un maresciallo anziano, il mio diretto superiore, che mi aveva comunicato di rimanere nel mio alloggio. «Uno di loro sì» confermai. «Un tipo gigantesco».
«Non ci posso credere».
«Credici».
Nella settimana di consegna avevo letto tutti i libri che avevo trovato, e uno parlava di scrittura creativa. Non che mi interessasse fare lo scrittore, ma, nella mia vita c’erano un sacco di fantasie che nascondevano una ben misera realtà. Il mio mondo si fondava sulla credibilità delle storie, incoraggiando ciò che gli scrittori, come avevo appena scoperto, chiamavano volontaria sospensione dell’incredulità. La mia settimana chiuso in camera diventò all’incirca come un interrogatorio a Guantanamo. Questo era ciò che nel manuale era definito con l’espressione creare l’atmosfera.
Gaia scosse la testa, incredula.
Le raccontai delle precarie condizioni igieniche dei bagni e del cibo orrido e qui mi dilungai parecchio, visto che si trattava di una delle poche cose aderenti alla realtà di caserma.  E poi, senza stare troppo a pensarci, nominai Giacomo.
«Jack» disse lei con un sorriso. «Parlami di Jack!».
«Era il mio compagno di cella. Un bestione pieno di tatuaggi». Feci una breve pausa per creare aspettativa. «E gioca a rugby».
Gli occhi di lei si illuminarono e, nel constatarlo, mi misi a riflettere sul fatto che spesso le invenzioni sono frutto di incidenti. Anche Dio, probabilmente, si era fatto prendere la mano con la creazione. Forse voleva solo creare un giardino, con una pozza e quattro fiori, ma poi due uccelli qua, un albero là, la necessità di riempire un po’ il fondale: in un paio di giorni aveva perso letteralmente il controllo. Certe persone non sanno quando è ora di smetterla e io, a quel punto, capivo come doveva essersi sentito Lui, pervaso com’ero da un delirio di onnipotenza. Nei venti minuti successivi descrissi il finto rugbista fin nei più piccoli particolari e nei propri tic. Diventò un collage di tutti gli stereotipi di genere, un incrocio fra James Bond e un mafioso russo, ma dall’accento cubano. Più la maglia degli All Blacks e il fuoristrada nero con la stella dorata sul cofano. Questo è ciò che il manuale riportava alla voce caratterizzazione.
Sì, forse avrei davvero scritto un racconto, un giorno. Avevo sempre avuto una certa facilità con le parole. A scuola mi prendevano in giro perché portavo gli occhiali. Un giorno, spazientito, presi le forbicine ricurve dall’astuccio e cercai di pugnalare il mio odioso vicino di banco.
«No!» disse la maestra. «Usa le parole».
Lo feci. Gli dissi quanto era stronzo, puzzolente e figlio di puttana; ponendo l’accento sulla sua ostinata antipatia, che lo collocava nell’olimpo dei rompicoglioni e anche peggio.
«Okay» disse la maestra. «Non usare le parole».
Gaia ormai pendeva dalle mie labbra e la sua vicinanza mi esortava a continuare. Io pensavo solamente che avrei voluto baciarla, mentre mi lambiccavo a inventare cazzate su Jack. Lei sembrava avere necessità delle mie storie quanto io avevo urgenza di invenzioni per stupirla: una brutta vita per entrambi.
Poi decisi che dovevo fare la mia mossa. «Cosa ne diresti se ti baciassi?» buttai lì a bruciapelo.
Lei mi fissò coi profondissimi occhi neri. «Nooo» rispose scuotendo il capo. «Ma c’è sempre la possibilità di un prossimo appuntamento».
E questo è il classico esempio di ciò che gli scrittori definiscono un’esca.


Racconto vincitore della trentottesima Notte degli Imbrogli del 17 luglio 2025.

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Giorgio Olivari nasce a Brescia nel secolo scorso. È professionista nel campo del disegno industriale da più di trent’anni. Dopo i primi quarant’anni da lettore scopre la scrittura per caso: uno scherzo della vita. La compagna di sempre lo iscrive a un corso di scrittura creativa: forse per gioco, più probabilmente per liberarsi di lui. Una scintilla che, una volta scoccata, non si spegne ma diventa racconto, storie, pensieri; alcuni dei quali pubblicati dai tipi di BESA in "Pretesti Sensibili" (2008). La prima raccolta di racconti brevi, "Futili Emotivi", è pubblicata da Carta & Penna Editore nel 2010. La sua passione per la letteratura lo ha portato a “contagiare” altri lettori coordinando gruppi di lettura: Arcobaleno a Paderno Franciacorta, Chiare Lettere a Nave.

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