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Giorgio Olivari – L’Incoronata

Luca superò la guardiola della portineria e, lentamente, prese a calpestare la graniglia bianca e nera del corridoio; procedeva stando ben attento a non mettere i piedi sulle fughe grigie.
Il sole basso di ottobre, entrando dalle enormi finestre poste di fronte alle porte delle aule, colorava di arancio l’aria. L’odore della cena in preparazione si mescolava a quello dell’incenso, creando un effluvio noto come: aria di collegio.
L’ufficio era in fondo al corridoio, e sicuramente il preside stava aspettando proprio lui, assieme al direttore dell’istituto e al professore di religione: la trinità riunita in un unico, grande e indivisibile essere superiore che rispondeva al temuto nome di don Franco.
Avvicinandosi vide che sulla panchina di formica verde, sotto la statua di don Bosco, era seduto Lentini Paolo, detto Caccola, come lui in attesa di giudizio. Strascicò i piedi fino a sederglisi vicino.
«Ciao Secco», lo salutò quello, ma Luca non rispose: non si era ancora abituato all’idea di quell’assurda reclusione; era la seconda volta in una settimana che finiva in direzione.
 Paolo sedeva composto, con le mani appoggiate alla panca, sotto le cosce. Ondeggiando alternatamente le gambe avanti e indietro pensava a come era finito lì. Proprio lui, sempre così attento a fare la cosa giusta, si era fatto beccare solo per compiacere quegli stronzi di terza. Erano stati loro a iniziare il lancio di sassi contro Maria Ausiliatrice, per vedere chi fosse riuscito a spegnerle le stelle. Ma quelli avevano una mira pessima, mentre lui spaccava il culo ai passeri, come gli diceva sempre il fratello scherzando. Così, per farsi considerare, aveva spento un paio di stelle alla corona della Madonna con due sassate, e ora era in attesa di condanna.
Anche Luca ripensava al tiro alla Madonna. Di sicuro, quando padre Mario era arrivato in cortile lui non aveva in mano alcuna pietra. Ed era certo che i suoi lanci non avessero nemmeno scalfito l’oro dell’Incoronata. Il Caccola, invece, che come lui era stato beccato in zona, aveva un’ottima mira e, ne era sicuro, avrebbe tentato di scaricagli addosso ogni colpa.
Paolo non era coraggioso, non lo era mai stato; però, dopo che il fratello se n’era andato di casa, aveva modificato il modo di affrontare le situazioni complicate. Osare era diventato il suo modo di vincere la paura. Se quel giorno avesse preso velocemente la decisione di uscire a cercarlo, magari sarebbe riuscito a convincerlo a restare. Così, appena il direttore l’avesse chiamato sapeva esattamente che cos’avrebbe detto; anche se non sempre riusciva a capire se il don fosse serio o stesse scherzando.
Il corridoio era sempre più buio: il sole era scivolato oltre i tetti del caseggiato di fronte. I ragazzi sedevano muti, affiancati sulla graticola di fòrmica in attesa che la porta si aprisse.
Luca ripensò alla sera precedente quando, dopo che le luci della camerata erano state spente, era ripiombato nel dramma dell’abbandono. Le lacrime gli risalivano agli occhi, ripensando alla prima notte passata lontano da casa. «Ti mandiamo in collegio» era il mantra in famiglia, sciorinato ogni volta che combinava qualche sciocchezza. Ma non credeva si sarebbe mai avverato. Poi, incredibilmente, quel momento era giunto, destabilizzando ogni sua certezza. Forse era il caso di entrare per primo, per giocare d’anticipo.
Passi pesanti fecero volgere lo sguardo dei ragazzi verso la porta. L’ombra di don Franco oscurò il vetro smerigliato che li separava dal tribunale. «Eccovi qua», esordì con voce tonante. «Chi vuole entrare per primo?».
Luca e Paolo incrociarono lo sguardo per capire come reagire.
Il silenzio era di piombo e il preside decise per loro: «Forza allora, entrate tutti e due che proviamo a capire cos’è accaduto». Con una mano sulla maniglia e mulinando l’altro braccio come un vigile fece entrare i sospettati.
Si accomodarono sulle due sedie di fronte alla scrivania mentre gli scarponi del prete scricchiolavano verso la sua poltrona. Quei mitici calzari erano l’arma più temuta del collegio. Don Franco, infatti, non si risparmiava mai le partitelle a calcio improvvisate nelle ricreazioni, abbattendo, di tanto in tanto, qualche studente con tiri dalla potenza sconquassante, sparati dalla punta delle temute calzature.
«Cari ragazzi, posso capire che non vi siate ancora abituati alle nostre consuetudini comunitarie, e che il santo rosario dopo cena sia meno rilassante dei cartoni animati; tuttavia, non mi sembra il caso di prendersela con Maria Ausiliatrice». Il sacerdote sorrideva mentre pronunciava quell’arringa d’apertura.
Paolo si rilassò un tantino, riprese a ondeggiare le gambe e prese coraggio. «Ha ragione, don. La madonna non aveva nessuna colpa. È giusto che lei mi punisca. E comunque Luca non c’entra nulla con questa storia».
Il sacerdote si fece serio. Forse una confessione così rapida non era stata una mossa troppo abile. «E tu, Luca, cosa mi dici riguardo all’accaduto?».
«Sono stupito dal coraggio di Paolo. Ma soprattutto non capisco questa sua bontà nel prendersi la colpa».
Don Franco si tolse gli occhiali dalla spessa montatura e, aggrottando le smisurate sopracciglia nere, pulì le lenti con un fazzolettone. «Perché non dovrebbe farlo, secondo te?».
«Beh. Perché a spegnere le stelle alla madonna sono stato io. E non ho intenzione di mollare la colpa su un compagno. È giusto che il vero colpevole paghi per l’errore. Sono pronto a lasciare il collegio per scontare la colpa».
Gli occhiali tornarono al loro posto e il preside si schiarì la voce. «Sono veramente colpito dalla vostra confessione. Non capita spesso di avere due remigini da libro Cuore nella stessa classe».
I due ragazzi si guardarono nuovamente e lo stupore, oltre a un nuovo reciproco rispetto, si dipinse sui loro volti.
Il verdetto non si fece attendere: «Alla fioca luce dei fatti, tenendo conto del vostro coraggio, credo che l’accaduto verrà archiviato come incidente fortuito e occasionale. A ogni modo, però, affinché non pensiate di potervela cavare impunemente raccontando mezze verità, per i prossimi due mesi, ripeto due mesi, sarete OBBLIGATORIAMENTE tenuti a offrirvi volontari, come portieri, nella squadra a me avversaria nelle partitelle di ricreazione».

Giorgio Olivari: Giorgio Olivari nasce a Brescia nel secolo scorso. È professionista nel campo del disegno industriale da più di trent’anni. Dopo i primi quarant’anni da lettore scopre la scrittura per caso: uno scherzo della vita. La compagna di sempre lo iscrive a un corso di scrittura creativa: forse per gioco, più probabilmente per liberarsi di lui. Una scintilla che, una volta scoccata, non si spegne ma diventa racconto, storie, pensieri; alcuni dei quali pubblicati dai tipi di BESA in "Pretesti Sensibili" (2008). La prima raccolta di racconti brevi, "Futili Emotivi", è pubblicata da Carta & Penna Editore nel 2010. La sua passione per la letteratura lo ha portato a “contagiare” altri lettori coordinando gruppi di lettura: Arcobaleno a Paderno Franciacorta, Chiare Lettere a Nave.
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