Max sapeva che non c’è una regola scritta, ma uscire prima dell’alba è la prassi di chi vuole raccogliere il massimo peso consentito per la raccolta dei funghi. Lo scopo è ovvio: arrivare prima degli altri per avere maggiori probabilità di farne incetta. Fra luglio e ottobre, tra le quattro e le cinque del mattino è l’orario standard della partenza. Non per Max. Anche la crescita notturna, la luna giusta e mettersi la camicia al contrario sono credenze che aveva smentito da tempo.
Anche lui sentiva l’urgenza della cerca, ma consumò la colazione nel bar del piccolo albergo sul Renon verso le nove, senza fretta, come chi carica la molla di un vecchio orologio. Dopo l’immancabile sigaretta, con cui dipinse nel cielo terso qualche cirro di passaggio, raggiunse gli altri nel parcheggio sterrato. Partivano insieme, salivano insieme, tornavano come capitava. Max controllò con cura lo zaino, indossò gli scarponi, impugnò il fedele bastone di nocciolo intagliato e strinse nella tasca il coltellino curvo passando il pollice sulle setole posteriori.
Prima di addentrarsi nel bosco percorsero il primo tratto di sentiero sintonizzando gli occhi sul colore che conoscevano bene, sulla forma e sull’aspetto vellutato della superficie del re dei funghi: il porcino. Era automatico. Era come prendere la mira prima di sparare senza avere ancora un bersaglio. Come creare un miraggio nell’orizzonte immediato, che in ogni caso sarebbe stato smentito dal primo fungo trovato, e poi dal secondo, e così via. E Max lo sapeva. Tutti lo sapevano.
Il suo cervello, dopo aver selezionato le immagini da ignorare (pigne, foglie secche, sassi tondi e i nodi di alcune radici affioranti), si dispose a far da setaccio con le giuste maglie. Infine, prese un profondo respiro, non per riempire i polmoni, ma per intridere le narici dell’odore di humus, terra umida, muschio, foglie macerate e legno ammuffito. Era necessario, ogni volta.
Ecco. Era pronto. Tutti erano pronti. A separarsi.
L’altopiano del Renon è come il Palco Reale di un teatro, rivolto verso una scenografia mozzafiato: i gruppi del Sassolungo, dello Sciliar, del Catinaccio e del Latemar. Quando sali verso il Corno devi darle le spalle, ma la sera, al ritorno, con la luce del tramonto, vale il prezzo del biglietto o di una cerca fallita.
Max si chinò e raccolse da terra le scaglie biancastre lasciate sul posto da qualcuno durante la pulitura del gambo. Mai sul posto esatto, veramente. Le schiacciò tra le dita, le portò al naso e inalò a fondo, fino a sentire sulla lingua sapore di nocciola e sottobosco. Che fosse un micologo esperto o un parvenu, non ha importanza, pensò. Ma voleva farsi un’opinione sulla bontà di quella posta. La lente macro del suo sguardo si aprì a grandangolo e iniziò a cercare qualche prugnolo bastardo: il Clitopilus prunulus, per la precisione. Una spia tra le più affidabili, secondo la sua esperienza. Ne vide un paio qualche metro a sinistra. Gli parve di sentirne già il caratteristico profumo di farina fresca impastata con acqua e lievito che esala quando li spappoli nella mano. Non li toccò: non cercava più conferme scontate, come da giovane, ed era grato per il sussurro che il bosco rivolge a chiunque lo sappia ascoltare.
Estrasse il coltellino dalla tasca. Cercò per un raggio di circa cinque metri attorno, senza accanirsi. Tornerò, pensò, il posto è buono. Rivolto a Nord, fotografò con la mente i tre alberi più vicini ai prugnoli. Ancora fermo sul posto, urlò «Ooh. Ooh», e attese che il vento trasportasse la sua voce. Dagli amici non ebbe risposta.
Il rosso era l’unico colore impossibile da ignorare. Sia perché i porcini talvolta fraternizzano con l’Amanita muscaria, sia perché trovava irresistibili le fragoline di bosco. Valutò che dieci minuti di pausa sarebbero valsi il piacere. Piantò il bastone nella terra morbida con un colpo deciso e ne raccolse una manciata. A testa in su, le fece rotolare in bocca dal palmo come da un bicchiere, chiuse gli occhi. Con la lingua le spremette contro il palato, sprigionandone il succo agrodolce per la gioia delle sue papille, e il profumo per la sua nostalgia di bambino. Mentre osservava fluttuare uno scoiattolo dal pelo fulvo, ripose il coltello e riprese il bastone e la salita.
Per non restare a mani vuote, in passato avrebbe raccolto ogni fungo mangereccio, non di infima qualità, s’intende, e avrebbe cucinato un misto tutto sommato dignitoso. Ma quel giorno, nonostante fossero trascorse già quattro ore senza alcuna soddisfazione, dichiarò a se stesso che piuttosto sarebbe ritornato scornato, con lo zaino vuoto. A ogni tentazione di cedere a quel proposito si ripeteva qualche perla di saggezza popolare, tipo: Pochi ma buoni, Botte piccola fa buon vino, Meglio soli che male accompagnati, e cercò di ricordare quanti porcini della precedente raccolta fossero rimasti nel suo freezer a pozzo in garage. Poi un brivido gli corse lungo la schiena al pensiero di puntare sull’erythropus: tossico, ma noto come “il premio del micologo”. Si trattava di rischiare qualcosa, o forse no; se cotto correttamente avrebbe dovuto rivelarsi anche meglio del porcino per sapore e consistenza. Ma non ne aveva mai maneggiato uno. Il colore rossastro della spugna e del gambo e il blu intenso della polpa al taglio avrebbero reso felice una strega, non lui.
Il respiro gli si fece corto quando incontrò il primo. S’inginocchiò. Lo contemplò, come faceva ogni volta di fronte a Sua Maestà, prima di tastarne consistenza e profondità. Il cappello bruno pareva pelle di camoscio, e a giudicare dal suo stato nessun gasteropode l’aveva importunato. Chissà, forse era lui il vero sovrano del bosco. Malvagio e rispettato.
Max decise. Lo colse, senza sapere dove l’avrebbe portato quel nuovo miraggio. Non mi sarei mai aspettato di stare coi cattivi, pensò.
Verso le sedici e trenta lo zaino pesava il giusto. Uscì dal bosco e percorse la lunga strada forestale in discesa verso il Pemmern, il bar della colazione. Nel silenzio, il rumore dei passi e quello del bastone sull’asfalto facevano da colonna sonora alla scena del teatro senza attori, di fronte a lui.
I suoi tre amici sedevano a un tavolino esterno, davanti a una birra e a qualche snack. Prima ancora che Max si sedesse con loro, Sam, con le labbra piegate in basso e gli occhi nei suoi, scosse la testa. Poi, senza distogliere lo sguardo, sollevò le sopracciglia e il mento con un breve scatto, quindi rimase in attesa.
Max non rispose. Fece su e giù col braccio impugnando lo zaino per la maniglia superiore.
Nico sgranò gli occhi, spalancò la bocca e tese le mani per accogliere il sacco.
Max glielo passò e con l’altra mano prese il suo bicchiere. Sorrise, affrettandosi a deglutire l’ultimo sorso di birra.
Nico posò sul tavolo l’insolito bottino arricciando il naso. «Mi devi mezza birra» protestò.
Stavolta non si divide, Non invitarmi a cena e Devo ripassarmi il Requiem furono soltanto alcune delle tante battute che divertirono Max durante il viaggio di ritorno.
Una volta a casa mise i funghi nel frigorifero. Se ne sarebbe occupato il giorno dopo.
Eliminò i gambi, troppo legnosi. Scelse la metà dei cappelli, li lavò e li affettò, non troppo sottili. Li cosse in olio per venti minuti con un spicchio d’aglio, una noce di burro e una presina di sale, il modo più semplice. Assaggiò. Eccellente. Bene, pensò, a un misto dignitoso sarei sopravvissuto. Domani… o morto o vivo. E poi risotto… o tortino salato. Vedremo.





















