Enzo Rosei – Il sole della Rambla

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22 dicembre 2025. Il sole di Spagna, anomalo e generoso anche in pieno inverno, batte sulla vetrata del work café, scaldandomi la schiena attraverso la maglia di lino. Gli altoparlanti passano in sottofondo, in loop, la stucchevole Feliz Navidad. Fuori, sulla Rambla, il fiume umano scorre rumoroso e multicolore: turisti a testa in su, locali con buste luccicanti delle ultime compere, venditori di castanyes e panellets il cui profumo dolce penetra ogni fessura. Più in là, dove la Rambla si apre sull’Espalnada, la statua di Icaro che ritorna dal mare con una tavola da surf sottobraccio. Un caduto che ha imparato a camminare sulle onde. L’allegria è tangibile, quasi volgare nella sua sanità. Non è ancora Natale, ma per me la ricorrenza è un’altra: oggi è il compleanno di Marcello.
Sorrido da solo, davanti allo schermo del portatile. Sono le dieci. Il primo caffè è finito, resta solo la tazzina vuota e l’attesa di scrivere la mail che ogni anno, puntuale, gli invio. Un piccolo rito, un gesto di riconoscenza che supera la semplice cortesia professionale.
Intorno a me, il lavoro del mondo procede. Questo work café è un microcosmo di spostamenti forzati. Alla mia destra, due ragazzi parlano a bassa voce in russo, gli schermi pieni di codici. Più in là, una donna ucraina dai capelli biondissimi sussurra in inglese nel microfono del Headset le istruzioni per un cliente di una compagnia di autonoleggio. È un brusio polifonico di guerre sospese, di vite in attesa, di futuri da ricostruire a distanza, un metro quadrato dopo l’altro. Io, con il mio dolore tutto occidentale e privato, mi sento quasi in colpa. Qui si piange per una patria perduta, per una casa abbandonata.
Apro una nuova mail. Inserisco il suo indirizzo, quello che il laptop conosce a memoria, la porta di un santuario laico. In oggetto, scrivo, come sempre, semplice e diretto: Auguri, auguri, auguri.
Poi inizio:

Caro Marcello,

tantissimi auguri di buon compleanno! Ti auguro una giornata serena e piena di belle letture (che non siano romanzi da sistemare, o almeno che siano pagine piacevoli da leggere).
Come ti vanno le cose? Mi piacerebbe chiamarti e parlare con te, ma non vorrei disturbarti. Comunque, una domanda per te ce l’avrei: leggi in inglese?

Un abbraccio. Enzo

Sorrido di nuovo. La domanda sull’inglese non è una scusa. Sto pensando a una traduzione particolare. Ho suggerito a Elin di tradurre in italiano la sua quadrilogia di Darcy Lynch. Voglio inviare una copia del primo romanzo a Marcello, che di polizieschi procedurali è appassionato. Ma in realtà voglio sentire la sua voce, il suo “Senti, Enzo…” pacato, che precede sempre osservazioni che ribaltano la mia prospettiva.
Premo “Invia”. La mail parte e mi pare quasi di udire un lieve whoosh elettronico nell’universo. Mi rilasso sulla sedia, guardando la vita fuori. Immagino Marcello nella sua casa di Forlì, in compagnia della sua amata cagnetta Luna. Di solito lavora di notte: edita i romanzi, gestisce la posta elettronica e, prima di andare a letto, porta Luna a fare un giro. Una volta, anni fa, la cagnetta era un’altra e mi raccontò di aver anticipato l’uscita per non svegliare chi, in casa, a quell’ora riposava. Non poteva trattenere le risa, per una svolta in attesa in un mio romanzo che stava editando. Lo immagino, tra una dozzina di ore, davanti al suo pc, che apre la mia mail. Leggerà e forse, dietro gli occhiali, gli si accenderà una piccola luce di divertimento, come in quella notte ormai lontana. “Ecco Enzo, sempre con le domande trabocchetto”, penserà.
Il telefono, appoggiato accanto al computer, vibra e mi riporta al presente. La notifica di un’email. Che sia già Marcello? Che rapido! Insolitamente rapido. Forse è libero, forse la mia mail è arrivata in un momento buono.
Con un moto di gioia, quasi infantile. Clicco per aprirla.
Non è da lui.
L’indirizzo del mittente è sconosciuto, ma l’oggetto: “R: Auguri, auguri, auguri” mi fa il cuore piccolo. Un assistente?
Apro.

Buongiorno Enzo,

vengo a lei con una cattiva notizia: purtroppo Marcello ci ha lasciati il 23 settembre scorso.
https://www.forlitoday.it/cronaca/scomparsa-scrittore-Marcello-Nucciarelli.html

Mi chiamo Luca e sono la persona a cui il caro Marcello ha lasciato la cura della sua posta e che, assieme al suo editore, sta curando i suoi lavori ancora inediti. Tocca quindi a me la triste incombenza di avvisare chi ancora non ha saputo.
Quello che posso fare è informarla che nel forum di scrittura del quale Marcello era tra i fondatori esiste una sezione a lui dedicata, nella quale trovare informazioni e ricordi condivisi da lettori e scrittori, per poter constatare quanto lui fosse benvoluto da tante persone a cui ora mancherà immensamente.

Un caro saluto,

Luca

Il mondo non si ferma. Si rompe.
I rumori della Rambla, le voci, le risate, la musica del work café: tutto si trasforma in un ronzio sordo, come se fossi improvvisamente sott’acqua. Il sole sulla vetrata non è più caldo, è accecante, crudele. Il profumo del caffè del mio vicino, un ucraino che mastica un cornetto con aria assente mentre con le cuffie è immerso in una conference call, diventa stucchevole, nauseabondo.
Il 23 settembre scorso.
Tre mesi fa. Tre mesi interi.
Il 23 settembre. Il giorno del mio compleanno.
Quest’informazione secondaria, assurda, si insinua nella carne viva della notizia principale, avvelenandola ulteriormente: lui è morto il giorno del mio compleanno. Io ho festeggiato i miei sessantadue anni brindando a chissà cosa, in un ristorante sul mare, mentre, a milleottocento chilometri di distanza, il mio editor, il mio faro, il mio tzaddik, smetteva di respirare. Senza che io lo sapessi. Per tre mesi ho vissuto in un mondo bugiardo, un mondo in cui Marcello esisteva ancora. Aveva 68 anni, oggi ne avrebbe avuti 69.
Ora Luca, con gentilezza devastante, mi informa che quel silenzio tra noi convenzionale non era silenzio. Era il vuoto. Era l’assenza definitiva. La sua luce è stata spenta tre mesi fa. Ma per me è stata spenta solo ora, in questo preciso istante, nel work café affollato, sotto il sole falso di una calda antivigilia di Natale.
Un singhiozzo secco, un colpo di tosse soffocato mi escono dalla gola. Sento un calore improvviso salirmi agli occhi. Guardo il link, quel maledetto link blu e sottolineato. Clicco, con le dita che già tremano.
La pagina si apre. Il sito di un quotidiano locale. Una foto recente di Marcello, con lui, in maniche di camicia, che legge un passo di un suo romanzo. Il titolo dell’articolo: Addio al giallista Marcello Nucciarelli.
È morto il giorno del mio compleanno.
Una tradizione talmudica, una voce remota nei meandri della mia memoria, si fa strada attraverso il dolore: Chi muore nel giorno del suo compleanno è un giusto. Ma lui non è morto nel giorno del suo compleanno. È morto nel giorno del mio. Che senso ha? Che significato perverso, quale scherzo del destino? È come se la sua morte avesse voluto sigillare la mia nascita, o viceversa. Come se i nostri destini, intrecciati tra pagine e margini, fossero stati legati anche nel calendario in un nodo tragico e indecifrabile.
Le lacrime non arrivano subito. Arriva un tremito incontrollabile, che mi fa vibrare le mani sulla tastiera. Il respiro si fa corto, affannoso. Il barista, un ragazzo con una barbetta curata, si avvicina. “Señor, ¿se encuentra bien? ¿Le traigo agua?”. Scuoto la testa, incapace di parlare. Lui si ritrae, imbarazzato. La donna ucraina alla mia sinistra mi lancia un’occhiara rapida. Ha visto questo tipo di sgomento prima, forse su volti molto più giovani, in ben altri contesti. Abbassa lo sguardo sul suo schermo, concedendomi una piccola bolla di privacy nel dolore.
Devo scrivere. Non posso non scrivere. È l’unico riflesso che mi resta. Chiudo la finestra del browser con l’articolo di morte e apro un documento vuoto. Non c’è un destinatario. Non più. Ma le mie dita cominciano a muoversi da sole, spinte da un bisogno fisico, animale, di parlare con lui, di rispondere a quella mail che non è sua, di colmare l’abisso che Luca ha appena spalancato.
Marcello, mi hanno appena scritto. Un certo Luca. Mi ha dato la notizia. Il 23 settembre. Il mio compleanno. Hai scelto una data perfetta, da editor scrupoloso. Per assicurarti che non dimenticherò mai. Il singhiozzo mi interrompe, ma continuo a battere i tasti, le lettere che si impastano di lacrime che finalmente iniziano a scendere, calde e salate, sul touchpad. Le mani tremano.
Scrivo del nostro primo incontro, al Bi Key, vicino a casa sua. Era il settembre del 2021. La tua sorpresa quando capisti che quel motociclista era il suo autore. «Sei venuto in moto fin dalla Spagna per un aperitivo?». Mi regalasti una copia del suo ultimo romanzo, Una storia sordida.
Scrivo delle tue email: «In questo capitolo la gestione del POV è un disastro», oppure «Questa descrizione è bellissima», «Troppe virgole. Ricorda: io sono il killer delle virgole», «Qui, Enzo, hai paura. Si sente. Vai più a fondo».
Eri il mio direttore spirituale. Al sacerdote ci si confessa per ottenere l’assoluzione. Da Marcello ci si confessava per ottenere la precisione. La precisione della verità, che è la più alta forma di pietà per una storia.
Alzo lo sguardo. Oltre la vetrata, un uomo si è fermato. Avrà settant’anni, forse più. Tiene un mazzo di garofani rossi in una mano, probabilmente comprati per qualcuno. Mi guarda senza imbarazzo, senza curiosità morbosa. Ha gli occhi chiari, spenti. Forse ha perso qualcuno anche lui. Resta lì, immobile, mentre la folla gli scorre intorno. Poi fa un cenno impercettibile con il capo – non è pietà, è riconoscimento – e si allontana lentamente, stringendo i suoi fiori.
Torno a scrivere. «Sei morto il 23 settembre, e io l’ho scoperto il 22 dicembre, il giorno del tuo compleanno. È una simmetria mostruosa, da romanzo, che tu avresti cassato con un ‘Troppo costruito, Enzo’. E invece sì, Marcello. La vita lo fa».
Chi lavora intorno a me è troppo assorbito dagli schermi per notare. Solo la donna ucraina, quando incrocio di nuovo il suo sguardo, fa un leggero cenno con il capo. Non è solidarietà. Riconosco lo sguardo dell’uomo dei garofani. Una forma di sapere. In quel millisecondo di contatto, avverto il mio dolore privato trovare una collocazione in un universo più vasto.
Riapro la mail di Luca. Devo rispondergli.

Gentile Luca,

grazie per avermi informato.
Capisco che anche per Lei comunicare una notizia del genere sia ogni volta un dolore rinnovato.
La notizia mi coglie del tutto impreparato.
Vivo all’estero, e con Marcello ci sentivamo solo due o tre volte all’anno, ma l’ho sempre stimato, prima di tutto per la sua professionalità, ma anche umanamente. Conservo un ricordo indelebile delle chiacchiere e dei bicchieri di vino condivisi le poche volte che, in questi anni, sono stato in Italia.
Apprendere della sua scomparsa mi riempie il cuore di dolore e di un profondo rimpianto.

Grazie.

Enzo

Premo “invia”. Un’altra mail parte nel vuoto, verso un altro sconosciuto che ora custodisce le reliquie di Marcello.
Chiudo il computer. Lo metto nella borsa con movimenti lenti, meccanici. Quando mi alzo, la donna ucraina è già tornata alla sua conference call, le dita che battono veloci sulla tastiera. La vita riprende.
Esco.
Il sole della Rambla mi investe come uno schiaffo. Il caldo, i profumi, le voci, gli addobbi natalizi per la strada: tutto è troppo. Cammino senza meta, trascinato dalla folla.
Il 23 settembre. Il mio compleanno. Ho spento le candeline, ho riso, ho aperto regali. E lui, in quel preciso giorno, se n’è andato.
Mi fermo davanti a un venditore di fiori. Compro un garofano rosso. Non ho una tomba su cui deporlo.
Cammino fino al lungomare. Icaro è lì, in piedi sull’acqua davanti alle scale della darsena, con la tavola da surf sottobraccio. Un caduto che ha imparato a tornare. Gli yacht ancorati intorno lo circondano come testimoni di una resurrezione impossibile. Lascio che il garofano scivoli in acqua. Resta un istante impigliato al piedistallo, poi si libera e punta verso il porto, tra i bagliori del sole.
«Buon compleanno, Marcello» sussurro alla brezza che viene dal mare. «Y Adiós».
Mi immergo di nuovo nel fiume della Rambla. 23 settembre, 22 dicembre. La mia nascita, la sua morte. Il suo compleanno, la mia scoperta. Un cerchio che forse, un giorno, riuscirò a raccontare. Per lui. Con la precisione che mi ha insegnato.

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Enzo Rosei, fiorentino di nascita e formazione, ha percorso molteplici strade apparentemente distanti: dalle Scienze Politiche all’Informatica, dall’Italia all’estero. La sua carriera è un mosaico di esperienze — consulenza, finanza, immobiliare — accumulate senza paura di rimettersi sempre in gioco e ricominciare, tra reset professionali e affettivi che hanno segnato il suo cammino. Oggi vive nel sole del Levante spagnolo, dove la strada è ancora un richiamo: motociclista per vocazione, narratore per scelta. Pubblica romanzi e racconti sotto pseudonimo, trasformando in letteratura la sfida di una vita spesa a ripartire.

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