Daniel Immerwahr – L’impero nascosto

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Quando si parla degli Stati Uniti come di un impero, accade spesso una curiosa oscillazione interpretativa. Da un lato, la parola “impero” viene usata con leggerezza polemica, quasi come un’etichetta retorica: una metafora politica, più che una categoria analitica. Dall’altro lato, una parte consistente della storiografia americana continua a difendere l’idea opposta, cioè che gli Stati Uniti rappresentino una forma storica radicalmente diversa dagli imperi tradizionali: una potenza globale, sì, ma non un impero nel senso classico del termine.
Il libro di Daniel Immerwahr, L’impero nascosto, si colloca esattamente nel punto in cui queste due posizioni cessano di essere soddisfacenti. Non perché scelga una via intermedia, ma perché compie un gesto più interessante: cambia il modo stesso in cui dobbiamo guardare al problema.
Immerwahr ci invita infatti a compiere una piccola operazione cognitiva, apparentemente semplice ma in realtà decisiva: guardare la storia degli Stati Uniti non soltanto attraverso la mappa familiare dei cinquanta stati federali, ma attraverso ciò che potremmo chiamare la geografia invisibile del potere americano. Una geografia che include territori, basi militari, zone amministrate, protettorati, infrastrutture strategiche e forme di presenza politica che raramente entrano nel racconto ufficiale della nazione.

Questa rimozione non è affatto sorprendente. Le società contemporanee, e quelle occidentali in particolare, non operano solo attraverso istituzioni e strutture materiali, ma anche attraverso ciò che potremmo definire regimi di visibilità. Alcune realtà vengono rese continuamente percepibili, nominate, cartografate; altre vengono progressivamente espulse dal campo dell’attenzione pubblica. Non perché non esistano, ma perché smettono di essere pensabili.
In questo senso, il merito principale del lavoro di Immerwahr non consiste semplicemente nell’aver ricostruito una storia poco conosciuta del colonialismo statunitense. Il punto è più profondo: ci mostra come l’impero americano sia stato, per larga parte della sua storia, un impero deliberatamente reso invisibile.

Se osserviamo le narrazioni politiche e culturali prodotte negli Stati Uniti nel corso del Novecento, notiamo infatti una costante sorprendente: mentre gli imperi europei – britannico, francese, olandese – erano descritti come sistemi coloniali espliciti, gli Stati Uniti venivano rappresentati come una repubblica espansiva, una potenza commerciale, talvolta una “nazione indispensabile”, ma raramente un impero. Eppure, come Immerwahr documenta con grande precisione, gli Stati Uniti hanno amministrato direttamente territori coloniali vastissimi – dalle Filippine a Porto Rico, da Guam alle Samoa americane – e hanno costruito nel corso del tempo una rete globale di presenza militare e strategica senza precedenti storici.
Il problema, dunque, non è tanto stabilire se gli Stati Uniti siano stati o meno un impero. Il problema è capire perché questa evidenza storica sia rimasta per così tanto tempo ai margini della coscienza pubblica, sia negli Stati Uniti sia in gran parte dell’Europa.

Qui entra in gioco il fatto che le società contemporanee non producono solo informazioni: producono anche cornici interpretative, cioè modi socialmente condivisi di organizzare ciò che può essere visto, detto e discusso.
Nel caso americano, la cornice dominante ha privilegiato un’immagine della potenza statunitense come forza essenzialmente anti-imperiale. Non è un caso: l’intero immaginario politico degli Stati Uniti nasce da una guerra d’indipendenza contro un impero – quello britannico – e questa origine ha funzionato per oltre due secoli come un potente dispositivo simbolico. La nazione che nasce rifiutando l’impero fatica a riconoscersi come impero.
Il risultato è un curioso paradosso storico: mentre gli Stati Uniti sviluppavano una presenza territoriale e militare sempre più estesa, il linguaggio politico e mediatico continuava a descrivere questa espansione con categorie diverse: sicurezza, cooperazione, stabilizzazione, difesa della libertà.
Immerwahr non si limita a denunciare questa contraddizione; il suo lavoro è molto più interessante, perché mostra come l’impero americano abbia effettivamente cambiato forma nel corso del Novecento.

Gli imperi classici – quello britannico o francese, per esempio – erano strutture territoriali esplicite: governavano colonie, amministravano popolazioni, disegnavano confini. Gli Stati Uniti, invece, hanno progressivamente sviluppato una configurazione diversa: una rete globale di basi, infrastrutture e dispositivi tecnologici che consente di esercitare potere senza dover amministrare direttamente grandi territori coloniali.
Potremmo dire che l’impero statunitense ha compiuto una trasformazione analoga a quella che osserviamo in molte altre istituzioni moderne: è passato da una logica territoriale a una logica infrastrutturale.
Non si tratta più soltanto di controllare spazi geografici, ma di controllare sistemi: rotte commerciali, comunicazioni, flussi energetici, architetture militari, tecnologie strategiche. In questo senso, l’impero americano non è meno reale degli imperi del passato; è semplicemente più difficile da riconoscere.
E qui il libro di Immerwahr compie un’operazione estremamente preziosa: restituisce visibilità a ciò che la narrazione dominante tende a lasciare nell’ombra. Ci rende evidente come la storia degli Stati Uniti non possa essere compresa appieno se continuiamo a raccontarla soltanto attraverso la vicenda interna della federazione continentale.

C’è un’altra America, potremmo dire: un’America fatta di territori lontani, di isole nel Pacifico, di basi militari disseminate nel mondo, di presenze strategiche che raramente compaiono nelle mappe scolastiche. Un’America che ha funzionato – e continua in parte a funzionare – come struttura imperiale nascosta della potenza statunitense.
È questa, in definitiva, la ragione per cui L’impero nascosto merita di essere letto con attenzione. Non perché offra una semplice denuncia dell’egemonia americana, ma perché ci costringe a rivedere le categorie con cui interpretiamo il potere globale contemporaneo. E una delle lezioni più importanti che emerge da queste pagine è forse la più semplice: gli imperi non scompaiono necessariamente quando smettono di chiamarsi imperi. alvolta cambiano linguaggio, cambiano forma, cambiano geografia.
Ma continuano a esistere.

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