The Baby Huey Story: The Living Legend

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Se non hai mai ascoltato Baby Huey, preparati: è uno di quei casi in cui la leggenda non è un’etichetta appiccicata a posteriori, ma la forma naturale di un artista che non ha fatto in tempo a diventare ciò che sarebbe stato. The Living Legend è il suo unico album, pubblicato postumo nel 1971, quando James Ramey – questo il suo vero nome – era già morto da qualche mese per un arresto cardiaco, a 26 anni. Aveva una voce capace di scorticarti e guarirti nello stesso istante, un fisico imponente, un’energia quasi sciamanica sul palco. Tutto questo, condensato in un solo disco, è diventato la sua eredità permanente.
Ma qui entra in scena Curtis Mayfield, che non solo produsse l’album, ma gli offrì una cornice sonora e concettuale perfetta. Mayfield capì che Baby Huey non era soltanto un cantante soul: era un catalizzatore di tensioni psichedeliche, funk, gospel e di pura ferita emotiva. Così gli costruì attorno arrangiamenti che oscillavano tra l’impeto carnale e il lirismo orchestrale, lasciandolo libero di esplodere. È come se una delle menti più eleganti del soul si fosse messa al servizio di un vulcano.

È uno di quei dischi che vale la pena recuperare, perché è un disco vivo – vivo nel senso più brutale possibile. Non ha l’eleganza patinata delle produzioni successive, né l’estetica “vintage” che oggi va di moda. È ruvido, intimo, brutale, commovente. E, traccia dopo traccia, ti fa sentire sia la presenza che l’assenza di un talento irripetibile. Senza contare che la sua influenza serpeggia ovunque nell’hip hop: campionato da Public Enemy, A Tribe Called Quest, Ghostface Killah, Ice Cube etc. Insomma, Baby Huey continua a vivere dentro beat che magari ascolti da anni, senza saperlo.

Ma veniamo alle otto canzoni che compongono l’album.
Listen to Me parte come un’esortazione, quasi un manifesto: un funk robusto, fiati che spingono e lui che ti prende per il bavero e ti dice “Ehi, ci sei?”. È già chiaro che qui non si scherza: Baby Huey canta come se stesse richiamando qualcuno dall’orlo del baratro.
In Mama Get Yourself Together il groove si addensa, si fa più sudato, più insinuante. Senti l’eco dei club di Chicago, l’odore di birra e la cappa di fumo. È un brano che cammina svelto, con il basso che ti tiene per mano mentre Baby Huey si arrampica su falsetti impossibili.
Quella di A Change Is Gonna Come di Sam Cooke è una reinterpretazione enorme, quasi sproporzionata rispetto al canone riverente delle cover soul. Huey non la canta: la affronta. Le mette addosso tutta la sua disperazione, rendendola psichedelica, lacerata, epica. O la ami o ti travolge, non c’è via di mezzo.
Mighty Mighty (Spade & Whitey) è un funk politico, come se Curtis Mayfield, che ha scritto la canzone, avesse passato la penna a un predicatore visionario. Qui Huey è puro carisma: parla di tensioni razziali con ironia, potenza e una sfumatura quasi giocosa che a tratti diventa minacciosa. È uno dei brani più moderni del disco.
Hard Times, invece, è pezzo che ha fatto la storia del sampling. Piano martellante, groove secco, un lamento trasformato in forza. Huey canta i “tempi duri” come vecchi amici indesiderati. È doloroso e irresistibile allo stesso tempo.
California Dreamin’ , cover dei Mamas & the Papas, è pura alchimia: prende uno dei brani più rappresentativi del folk-pop e lo porta in un altrove psichedelico, denso, urbano. Gli archi di Mayfield disegnano un paesaggio febbrile, e la voce di Huey sembra quasi un richiamo animale. Una cover che fa epoca.
Sorprende Running, che è un brano quasia trumentale: un’esplosione funk a tutta velocità, con la band che corre senza fiato. Serve anche a capire quanto fossero forti i Baby Huey & The Babysitters: nessuna esitazione, solo muscoli e interplay.
Arriviamo nel pieno della fase visionaria con l’ultima canzone, One Dragon Two Dragon: spoken word, atmosfere liquide, una sorta di sermone psichedelico. È un pezzo che sembra uscito da un sogno febbrile degli anni ’70, e allo stesso tempo anticipa l’hip hop più spirituale.

Ascoltare The Baby Huey Story oggi è come aprire un archivio segreto della soul music, uno di quelli che ti chiedono rispetto e ammirazione. È il ritratto di un artista che avrebbe potuto fare tutto – e che, paradossalmente, ha fatto tutto in un solo disco. E, ogni volta che lo riascolti, capisci perché il mondo non ha potuto dimenticarlo.

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Mo Bart, al secolo Moreno Bartoli (classe 1974, nato a Forlì e fuggito a ogni latitudine), è un appassionato di cinema da sempre, anche se ha impiegato anni a capire che non bastava guardare film: bisognava anche scriverne, e possibilmente con passione, disordine e una certa dose di incoscienza. Ha firmato articoli, recensioni e saggi sotto svariati nomi, trasformando l’eteronimia in una forma di critica militante: tra i suoi alter ego più noti (e meno riconosciuti), si citano l’algido Marcello B. e il provocatorio Filo Lampa. Con Mo Bart, invece, si concede una voce più personale e scanzonata, in equilibrio tra ironia e nostalgia. Ha scritto di cinema italiano di serie B, di registi dimenticati, di colonne sonore e doppiaggi perduti, sempre con un occhio affettuosamente critico e una predilezione per i “film sbagliati nel modo giusto”. Collabora con riviste indipendenti e progetti editoriali laterali. Non ha mai vinto un premio, ma conserva ogni biglietto del cinema visto in sala dal 1987.

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