La finestra buia.
Il ronzio del neon.
Il tavolo di formica.
Gli angoli sbrecciati.
La sedia dura sotto di lei.
Vittorio de Sica che sorride alla Bersagliera nel calendario dell’Arma.
Una crepa, che disegna un’aureola intorno ad Angela.
Angela, che guarda l’asfalto bagnato fuori dalla finestra.
Deve aver strappato il maglione rosa dall’armadio, prima di essere condotta fuori da casa sua.
Marta osserva la sorella infagottata nel pullover troppo largo e pensa che quel colore non le dona affatto. Il viso pare smunto. Il trucco si è ormai dissolto, lasciandole sotto gli occhi un’ombra nera.
La mamma non avrebbe approvato. Vorrebbe dirlo ad Angela, ma si trattiene. Perché la sorella è una statua tragica: lo sguardo buttato nel buio al di là del vetro, le braccia intrecciate sotto il seno, le mani artigliate agli avambracci. Marta vorrebbe dire qualcosa, ma non ha le parole. Sa che è questione di minuti: presto le chiameranno. Si dovranno separare. Le faranno sedere davanti a un uomo in divisa, che annoterà su uno schermo ogni loro parola.
Marta sente le falangi farsi di burro: le capita sempre quando è molto agitata. Che cosa racconterà all’uomo in divisa, quando le chiederà il perché del lago rosso nella cucina? Dell’uomo a terra, ancora bello, ma immobile?
Angela solleva la mano sinistra e scosta una ciocca di capelli dietro l’orecchio. Marta scorge la fede e si chiede per quanto tempo continuerà a indossarla.
Vorrebbe guardare il viso di sua sorella, ma vede solo la massa di capelli castani che si staglia contro il vetro della finestra. Il suo profumo dolce e speziato le punge le narici, è così simile a quello che usava la mamma: Opium.
Era una domenica mattina. Angela era in bagno, ritta davanti al tavolino dei cosmetici. Le piccole mani delicate stringevano il flacone ambrato di Opium e lo avvicinavano al nasino, avido dell’aroma esotico. Con uno strillo Marta aveva fatto irruzione nella stanza e la bottiglietta era finita a terra, in mille pezzi odorosi.
La mamma era accorsa e per un istante, sbigottita dal disastro, era ammutolita. Aveva preteso un nome. Nessuna delle due aveva fiatato. Erano state punite, severamente. La mamma ci sapeva fare con i castighi. Marta era la più piccola, ma non le erano stati risparmiati gli schiaffi. Quella sera, nella loro stanza, avrebbe voluto parlare con la sorella, ma anche allora non aveva trovato le parole.
Angela non aveva mai accennato all’episodio, sembrò averlo dimenticato già quella sera stessa, o forse anche lei non aveva le parole.
Angela guarda il buio che avvolge la stazione dei carabinieri e, al contempo, l’immagine della sorella riflessa nel vetro sporco della finestra. Non le sono mai piaciuti gli infissi in alluminio. Le viene in mente che deve chiamare il falegname perché aggiusti la porta della cucina. Adesso toccherà a lei occuparsi della casa. Potrebbe far ritinteggiare i muri: pare che il color tortora sia tornato di moda e non stonerebbe con la modernità della loro cucina. Mentalmente si corregge: non stonerebbe con la sua cucina. La bocca si piega in una smorfia: è un sorriso, che tenta di reprimere. Dietro di lei Marta continua a fissarla, ma non ha voglia di incrociare il suo sguardo: il buio fuori dalla finestra le sembra molto più riposante. E lei ha bisogno di riposo.
La sala d’attesa è fredda, ma il maglione rosa è caldo come una coccola. Ha fatto bene a sceglierlo prima di uscire di casa. Ripensa alla gentilezza del giovane carabiniere che le ha permesso di prenderlo. Sa bene che non le dona, ma non vuole dare l’impressione di pensare al proprio aspetto.
Ha tutta la vita per prendersi cura di sé. E un brivido di eccitazione la percorre come una scossa. Marta, alle sue spalle, non le toglie gli occhi di dosso e lei non se la sente di guardare il suo viso da funerale. L’inconsapevole battuta la fa ridere, ma ridere da soli è poco divertente, così sogghigna, ma solo nella propria mente.
Fra poco la porta si aprirà e le chiameranno. Interrogheranno lei e interrogheranno Marta, ma sa che sua sorella è brava a tacere. È un cane fedele, anche ora, ferma alle sue spalle, tutta protesa verso di lei, in attesa di un cenno, di una parola.
Ad Angela i cani non piacciono, ma ne riconosce l’utilità.
La porta si apre, l’appuntato le chiama. Le due donne si mettono in piedi, si guardano, ma è solo un lampo. Marta esce per prima, Angela la segue: sa che il cane le sarà fedele.
Quanto a lei… è troppo esausta per parlare. Se servirà, ci sarà soltanto il nome della sorella già pronto sulle sue labbra.