AAVV – Anch’io. Storie di donne al limite

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Alcuni libri nascono per testimoniare un’urgenza. Altri, a distanza di anni, non hanno perso nemmeno un grammo della loro necessità. Anch’io. Storie di donne al limite appartiene, purtroppo, a entrambe le categorie.
Quando uscì, nel 2021, sembrava inserirsi in un tempo già saturo di parole: femminicidi raccontati nei telegiornali con lessico incerto, campagne social, slogan, indignazioni intermittenti. Eppure quest’antologia non sceglieva il saggio, non accumulava statistiche: sceglieva consapevolmente la narrativa. Perché entrare “sottopelle” – come scrive il curatore – è spesso più efficace che snocciolare dati.
Le quarantatré voci raccolte (più un classico a chiudere il cerchio) compongono una mappa ampia e inquietante: violenza domestica, stupri, sfruttamento, maternità imposta o negata, discriminazione lavorativa, oggettivazione del corpo, silenzi colpevoli, omertà di vicini e parenti, derive tecnologiche che trasformano la donna in prodotto. Non c’è un solo volto nella sopraffazione, perché la sopraffazione cambia maschera con inquietante facilità.

La triste attualità di questo libro sta nel fatto che, mentre lo leggiamo, le cronache continuano a registrare nomi di donne uccise da partner o da ex partner; continuano le discussioni sul diritto all’aborto; continuano le polemiche sul linguaggio sessista, sulla disparità salariale, sulla difficoltà di denunciare. Le conquiste esistono, ma non sono irreversibili. E il libro lo suggerisce con lucidità: ciò che sembra acquisito può essere rimesso in discussione, sempre, soprattutto se viene dato per scontato e non viene difeso.

L’antologia non indulge nella retorica. Non idealizza la donna come figura angelicata: la copertina stessa lo rifiuta, mostrando ali amputate, una libertà monca. E non assolve nessuno: non gli uomini, certo, ma nemmeno le complicità femminili, l’educazione, le strutture culturali che perpetuano gerarchie e stereotipi.
Leggere oggi Anch’io significa accettare una domanda scomoda: quanto di ciò che raccontano questi testi ci è davvero estraneo? Quanto di quel “limite” è inscritto non solo nei casi estremi che apprendiamo dalla cronaca nera, ma nelle microdinamiche quotidiane, nei silenzi, nei sorrisi imbarazzati, nelle frasi dette “per scherzo”?

Se l’8 marzo rischia di diventare un rituale stanco – mimose, cene tra amiche, parole di circostanza – un libro come questo ci riporta alla radice: la disparità non è un residuo del passato, ma una struttura che si rigenera. E la narrativa, mettendo un volto, un corpo, una voce a ciò che altrimenti resterebbe astratto, ci impedisce di voltare lo sguardo.
Anch’io non offre soluzioni semplici. Offre storie. E le storie, quando sono necessarie, non consolano: aprono crepe. Sta a chi legge decidere se lasciarle richiudere o farle diventare passaggi.

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